Home > Recensioni > Toronto 2015 — The Club.

Il “club” del titolo è l’esilio in cui sono relegati quattro preti colpevoli di aver commesso imprecisati abusi. A badar loro pensa la dedita suor Monica, anch’essa dal passato losco. Con l’arrivo del quinto membro del club diventa però più chiaro che tipo di abusi hanno commesso i reclusi. Una notte, fuori dalla casa, si apposta un ubriacone del luogo che urla ai quattro venti gli abusi sessuali commessi dall’ultimo arrivato, che per disperazione si tira un colpo di pistola in testa. Temendo uno scandalo, la Chiesa invia un giovane prete per analizzare e contenere la situazione, ma gestire i cinque (suora compresa), che hanno ormai un business avviato nelle corse di cani, richiederà al giovane moralizzatore stesso compromessi indigesti.

La vena nera di Larraín, che sembrava essersi schiarita con il più positivo “No – I giorni dell’arcobaleno”, candidato agli Oscar nel 2013, ritorna più tetra che mai (anche se a tinte bluastre) con un thriller di impostazione teatrale che mette alla berlina i vizietti/delitti dei cinque preti cavando loro delle mirabili confessioni/monologhi ma soprattutto compilando una volgare e dettagliatissima accusa per bocca dello straordinario personaggio di Sandokan, l’alcolizzato traumatizzato dalla violenza sessuale subita da bambino, eccezionale interpretazione di Roberto Farías.

Questo nuovo capolavoro del cinema cileno e di Pablo Larraín in particolare (premiato con l’Orso d’argento dalla giuria della scorsa Berlinale) unisce l’estetica disturbante e suggestiva del regista all’impegno sociale graffiante, affrontando, come il più visibile “Spotlight” qui al Festival di Toronto, lo scandalo apparentemente inarrestabile e di portata mondiale degli abusi sui minori nella Chiesa.

 

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