Home > Recensioni > Toronto 2015 — The Pearl Button

Potremmo definirlo un documentario sull’acqua. Dall’acqua ripresa in time-lapse fra le nuvole o in mari e fiumi, a quella seguita in tempo reale intrappolata in un blocco di quarzo millenario, a quella che lambisce le tante coste del Cile, stretto e lungo. L’acqua è la componente principale dei nostri corpi e del nostro pianeta, ma è anche un soggetto della storia delle civiltà umane.

Patricio Guzmán ci porta in un viaggio interstellare dalle raffinatissime e suggestive immagini, come altrettanto lo sono i suoni, per poi piombare senza soluzione di continuità nei recessi della storia umana più e meno recente e delle nostre coscienze individuali. L’obiettivo di Guzmán è sempre quello di inquadrare la tragedia dei desaparecidos cileni in un discorso sui massimi sistemi, perché non venga considerato solo un episodio isolato e non se ne perda mai la giusta, disarmante, prospettiva. E non può essere un episodio da sottovalutare o da dimenticare neanche la soggiogazione delle popolazioni native a opera dei conquistatori e dei missionari, un tema che serve di passaggio fra il cosmo e la storia contemporanea del Cile. Per la preservazione della cultura nativa, Guzmán ha due intuizioni narrative e sensoriali da maestro: l’antropologo che si esibisce nei canti gutturali, e la fiera discendente dei primi popoli che racconta una storia della sua infanzia nella sua lingua.

E il bottone di perla, da dove è uscito? È stato ritrovato in fondo all’Oceano, e racconta di un certo Jemmy Button che si fece rubare la terra da sotto i piedi, ma soprattutto qualcosa di come sono scomparsi i desaparecidos. L’acqua non seppellisce: è testimone.

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