Home > Recensioni > Toronto 2015 — Truth

A quanto pare il destino della presidenza Bush, degli americani, e del mondo, è stato nelle mani della signora Mary Mapes, giornalista e produttrice del programma di news “60 Minutes” che sia nel 2000 sia nel 2004 ha avuto per le mani una storia che avrebbe bruciato le chance di vittoria di George W. Bush alle elezioni presidenziali.

Secondo questa storia, negli anni ‘60 Bush sarebbe stato raccomandato per entrare nel corpo della Guardia Nazionale, per evitare così di essere inviato in Vietnam. A dimostrazione di ciò Mary Mapes entrò in possesso di due appunti secondo i quali Bush poi non avrebbe servito neanche un giorno nella Guardia Nazionale, risultando quindi un renitente alla leva ma mai punito per questo. La veridicità di questi due appunti è stata però messa in discussione, la carriera di Mary Mapes distrutta, la vittoria di Bush assicurata.

Truth”, diretto da James Vanderbilt (lo sceneggiatore di “Zodiac” e “The Amazing Spider-Man”, qui all’esordio alla regia) e presentato al Toronto International Film Festival, è la cronaca di quei giorni, un racconto sulla deontologia giornalistica che soprattutto negli ultimi tempi sta diventando quasi un genere cinematografico a sé stante (lo ritroviamo in “Spotlight” di Tom McCarthy, ma non dimentichiamo le serie TV “House of Cards” e “The Newsroom”).

Il film è tratto dalle memorie di Mary Mapes stessa, qui dipinta con tratti forse esagerati e interpretata con vigore dalla poliedrica Cate Blanchett (al suo fianco Robert Redford nei panni del giornalista Dan Rather). Troppo spiacevole però la sensazione di parzialità di tutta la storia, che mostra sì gli errori e le leggerezze commesse da Mapes ma senza mai chiamarli con il loro nome e indicandola sempre come una vittima: Mapes fu sicuramente vittima delle ingerenze della potente famiglia Bush e di tutto il carrozzone conservatore che la appoggia, ma dipingendola così il film si schiera politicamente, buttando all’aria il saggio di giornalismo che poteva agilmente essere.

Il didascalismo dei momenti chiave, e l’esagerata e emotivamente ruffiana colonna sonora di Tyler Bates, rovinano tutto il resto.

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