Home > Senza categoria > Il diario di Toronto 2015: Considerazioni finali e gongolanti

Il diario di Toronto 2015: Considerazioni finali e gongolanti

Questo diario non è stato propriamente quotidiano (questo è il terzo in dodici giorni); d’altronde è la prima volta che frequento il TIFF e ho dovuto fare una conoscenza approfondita con il Festival e con la città di Toronto prima di lanciarmi in giudizi affrettati.

Scopro oggi, e la cosa non mi sorprende affatto, che il TIFF è rinomato per avere il miglior pubblico del mondo. Quasi mezzo milione di spettatori hanno riempito le sale in questi 11 giorni, disciplinati anche nelle situazioni più concitate, reattivi durante gli spettacoli e decisi nelle loro preferenze.

Il TIFF ha poche e limitate sezioni competitive, e il premio principale è quello del pubblico, il Grolsch People’s Choice Award. Il pubblico ha votato lasciando il proprio biglietto all’uscita del film, opportunamente sollecitato da alcuni dei 3000 volontari che hanno condotto alla perfezione l’enorme macchina festivaliera, oppure online inserendo il codice a barre del biglietto. Si poteva votare e con facilità praticamente per tutti i film visti, o almeno quelli amati.

Il pubblico ha scelto di premiare il film che forse l’ha più commosso, la storia del piccolo Jack nato in cattività e redentore della giovane madre raccontata in ”Room” di Lenny Abrahamson. Io non l’ho amato affatto, partendo con aspettative molto alte e trovando invece il film lontano dalla poetica del regista irlandese. Questo successo di pubblico probabilmente servirà a una adeguata e pubblicizzata distribuzione negli Stati Uniti, e probabilmente a qualche nomination agli Oscar.

Non vogliamo insinuare che il pubblico di Toronto sia di parte, ma facciamo comunque notare che “Room” è un film canadese (in co-produzione con l’Irlanda), e anche l’altro vincitore più atteso, quello della nuova categoria Platform premiato con 25.000 dollari dai giurati Jia Zhang-ke, Claire Denis e Agnieszka Holland, è un film canadese: “Hurt”, del documentarista torontoniano Alan Zweig racconta la storia del diciottenne Steve Fonyo che, senza una gamba, trenta anni fa ha corso attraverso il Canada da costa a costa (quasi ottomila chilometri) per raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro e è poi caduto in disgrazia per problemi con la legge.

Quanto a me, il mio preferito è sfuggito al radar del pubblico, della critica e pure dell’organizzazione, e devo dire che non è stato per niente promosso e messo in evidenza, tanto che io stesso non ce l’ho avuto nel mio programma finché non l’ho scoperto all’ultimo minuto: “Born to Be Blue”, la biografia del jazzista Chet Baker interpretato da un formidabile Ethan Hawke, è la perla di questo festival.

Fra le anteprime mondiali e internazionali che ho visto spiccano “Our Brand Is Crisis” di David Gordon Green con Sandra Bullock e l’indipendente “Maggie’s Plan” di Rebecca Miller con Ethan Hawke (ancora lui), Greta Gerwig e Julianne Moore. Fra le anteprime anticipate dalla Mostra di Venezia non posso esimermi dal lodare e venerare due film grandissimi come “Spotlight” di Tom McCarthy e “Anomalisa”, realizzato da Charlie Kaufman e dallo straordinario animatore stop-motion Duke Johnson.

Poco cinema dal mondo, nonostante fra i quattrocento film in programma ce ne fossero molti, ma d’altronde il TIFF serve anche a inaugurare la stagione degli Oscar e inevitabilmente la mia attenzione si è concentrata sul cinema in lingua inglese. Ma forse ciò che ha caratterizzato in maniera più lampante questa mia esperienza festivaliera oltreoceano è stato il cinema documentario, non limitato alla sezione apposita TIFF Docs. Vale la pena citarne una cinquina, di cui magari risentiremo parlare a gennaio in zona premi Oscar: il cileno “The Pearl Button” di Patricio Guzmán, “He Named Me Malala”, “Where To Invade Next”, “Je suis Charlie”, e il drammatico doc australiano “Sherpa” sulla rivolta delle guide indigene himalayane.

Scroll To Top