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  • Toy Story 4

    Diretto da Josh Cooley

    Data di uscita: 26-06-2019

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Se con “Toy Story 3” credevamo conclusa la saga dei giocattoli animati che ha cambiato la storia del cinema, “Toy Story 4” arriva a smentirci e a fornirci una coda che, seppure non proprio necessaria, è sicuramente uno strappo definitivo con lo status quo.

Il film, prima di consumare questo strappo, va a recuperare con un flashback un personaggio lasciato indietro dal primo episodio: la pastorella di porcellana Bo Peep, primo e unico interesse romantico del protagonista Woody, all’epoca soltanto tratteggiato. Sarà Bo la mattatrice del film, ma non la causa scatenante di questa nuova avventura, che è invece Forky, il pupazzo amatoriale costruito con i rifiuti dalla piccola Bonnie, la bambina che ha ereditato la nostra banda di giocattoli. Forky, che dal materiale promozionale del film pareva affetto da chissà quale disturbo post-traumatico, è in realtà soltanto un “neonato” ancora incapace di intendere e volere. L’effetto è ugualmente comico, ma meno tragico di quanto, da spettatore sadico, ho osato sperare.

Per star dietro a Forky, Woody fa sacrifici privi di ogni logica, mettendo in pericolo chiunque, ma ritrovandosi nel luna park itinerante a cui si è unita Bo Peep, che da damigella conciliante negli ultimi sette anni si è trasformata in intrepida esploratrice nonché portatrice di un’ideologia mai presa in considerazione dal paranoico Woody: c’è vita anche senza padroni.

Diciamoci la verità: la co-dipendenza di Woody dai suoi padroni, alla quarta iterazione (più cortometraggi accessori), da metafora della lealtà diventa una preoccupante psicopatia. Ogni volta che Woody ha cercato di imbastire la sua tesi, è stato accolto da sguardi di commiserazione dai suoi stessi compagni; ogni volta ha causato pasticci che altri personaggi hanno dovuto rassettare, ma rimaneva sempre lui a raccogliersi meriti di lealtà; lealtà che in “Toy Story 3” e “Toy Story 4” per due volte viene ridimensionata e superata, con una consapevolezza che gli altri giocattoli avevano sin dall’inizio. Potremmo considerarlo un’arco di maturazione del personaggio se i film stessi non avessero rivendicato presso il pubblico quelle stesse ideologie, rendendo questa evoluzione una forzatura che sfida la sospensione dell’incredulità.

Spezzato l’incantesimo, ogni considerazione rimanente è amara: la saga era terminata al terzo film, se non al secondo; la ricerca di nuovi conflitti a costo della coerenza svela un complesso di inferiorità rispetto ai film precedenti e rispetto ai film per adulti; per rappezzare la volatile ideologia di Woody si sacrificano i complessi equilibri corali che arricchivano i primi film e erano un marchio di fabbrica delle creazioni di John Lasseter; l’ansia da abbandono, che non ha mai caratterizzato i film di Toy Story mentre qui diventa radicale, è stata raccontata molto meglio da altri film Pixar come nel caso della fobia paralizzante del protagonista di “Il viaggio di Arlo”, e delle meschinità reciproche fra Gioia e Tristezza in “Inside Out”; il destino delle saghe Pixar è quello della serialità televisiva.

Al netto di queste considerazioni amare, è inutile dilungarsi su quanto il film sia divertente e per certi versi ingegnoso. I nuovi personaggi (fra cui il recupero di Bo Peep, completamente ricaratterizzata) funzionano e eclissano la vecchia gang, al punto da chiedersi, se non ci si fosse già rassegnati alle ricche miserie dello sfruttamento commerciale, perché non costruirci sopra un film originale invece di destabilizzare la già precaria illusione che la trilogia di Toy Story fosse perfetta.

Pro

Contro

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