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Tra Storia e rielaborazione romanzesca

Dopo la presentazione a Cannes nel 2009 e le supposte pressioni per impedirne l’uscita da parte dell’Osservatorio Religioso, “Agora” vede la luce delle sale italiane venerdì 23 aprile. Non aspettatevi l’assoluta fedeltà del documento storico o il respiro epico del peplum hollywoodiano: il film resta intelligentemente a metà strada fra l’uno e l’altro. Rispetto a fatti e personaggi Amenabar si mantiene ad una rispettosa distanza di sicurezza evitando enfasi ed esplosioni melo’, ma non teme le libertà romanzesche necessarie ad accrescere il senso del dramma.

L’invenzione più rilevante riguarda il personaggio dello schiavo Davus, diviso tra l’amore per Ipazia e la fede cristiana nella quale vede la possibilità di affrancarsi dalla schiavitù. Introdotto per moltiplicare i vettori drammatici interni al film, il personaggio è modellato sulla figura del cristiano Shalim, allievo di Ipazia, che restò al suo fianco fino alla tragica fine. Anche la figura di Sinesio di Cirene, ex allievo divenuto vescovo, è rielaborata e copre un ruolo centrale nello sviluppo narrativo. In realtà morì due anni prima di Ipazia, venerandola fino alla fine, e il suo carteggio è fra i documenti che hanno reso possibile ricostruire la vita della filosofa.

Al di là delle trovate affabulatorie, Amenábar non padroneggia agevolmente il materiale storico ed è costretto a semplificare, dividendo schematicamente il racconto in due parti con tanto di dissolvenza e didascalia tra l’una e l’altra. Se la prima parte è così dominata dal conflitto tra cristiani e pagani, la seconda ruota intorno al conflitto tra cristiani ed ebrei. Come se le tre realtà religiose non convivessero sul territorio sin dall’inizio.

Nel finale, il desiderio di chiudere ogni sottotrama spinge il regista ad immaginare che Ipazia intuisca il movimento ellittico dei pianeti intorno al sole e, avendo trovato la risposta ai suoi interrogativi, possa finalmente andare incontro alla morte con regale dignità. Ne viene fuori una nobile, rassegnata figura sacrificale in nome della fede nella ragione, ma la mancanza degli scritti della scienziata, andati distrutti dopo il suo assassinio, ha reso impossibile valutare l’effettivo punto di arrivo delle sue ricerche astronomiche.

La sua morte fu poi molto più atroce della riscrittura che ne dà il film: venne denudata, seviziata, lapidata, smembrata, le furono cavati gli occhi e i pezzi del corpo furono messi in due sacchi e trascinati per le strade della città. Un altro aspetto importante su cui il film sorvola è la sua attività di divulgatrice: non solo sosteneva la tradizione culturale ellenica ed insegnava ai suoi discepoli il valore della fratellanza al di là delle divisioni religiose, ma scendeva in piazza a diffondere alla folla nozioni di astronomia e matematica.

A parte questi dettagli, la ricostruzione può dirsi fedele e accurata. Coraggio, prestigio e urgenza del film restano comunque incalcolabili a prescindere da difetti e presunte ingenuità. Attraverso ispirati tocchi d’autore Amenábar ci dice che basterebbe guardare il cielo e le stelle per farsi illuminare da questioni più nobili e importanti delle guerre combattute in nome di dio solo per affermare il dominio sulle minoranze di turno. Qualunque sia la divinità che regola il movimento dei pianeti, probabilmente è proprio così che ci vede: un branco di formiche impazzite che si azzannano a vicenda.

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