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Tra Storia, mito e onore delle Triadi

“Vendicami” di Johnnie To è spassionatamente e spudoratamente un omaggio al cinema di Melville, noir vecchio stile anni ’70 ancora impregnato da quell’asciuttezza della Nouvelle Vague che si mischia al pulp.
L’eroe di To (non a caso anche lui di nome fa Costello) è l’angelo vendicatore che si trova a fare i conti con un destino amaro, poco chiaro e che torna prepotentemente dopo anni.
I riferimenti non si fermano però a Melville, e spaziano anche nell’action movie americano nel raccontarci la storia di questo anti-eroe (si sentono anche echi di Eastwood) che non tenta neanche di costruirsi una vita normale perché consapevole della sua natura, ed è proprio questo che pone in rilevanza un problema di “relativismo” nella sua vita e in quella di chi lo circonda: che cosa è normale? Siamo sicuri di sapere cosa sia normale o no in un mondo goverato dalle Triadi?
Ed è per questo che Costello (un acerbo, ermetico, impenetrabile Johnny Hallyday) costruisce una sua vita lontano da tutti e da tutto in previsione di ciò che deve accadere.

Lo stile pulp si sente, è presente, e si addice benissimo a questo ritratto di mafia tutto orientale, fatto di codici d’onore, di regole, miti, leggende, costumi. Un sotto-stato, un mondo sotterraneo dove tutto è sospeso e intrappolato in una cornice di forza brutale e di violenza ma anche satura di ricordi, quelli che tengono in vita l’onore, la gloria, la Storia stessa della mafia di Hong Kong.
Dialettica tra innovazione e tradizione, tra l’allontanarsi da un passato pesante e rimanere ancora ancorati ai propri ricordi, compresi quelli legati alla mafia cinese, la famigerata Triade, forse meno famosa della Yakuza giapponese ma anch’essa un’organizzazione violenta, feroce, terribile, sempre avvolta da un’aura di mistero, ambiguità, leggenda che è imbevuta di Storia.

Il Costello di To cerca di sconfiggere questa Storia e il dolore della storia della sua vita ponendo la parola fine con il marchio della vendetta; in questo viaggio allucinante l’assenza di eccessivo pathos rende ancora più convincente la narrazione.
Un film che parla di due mondi che si incontrano, di una mafia ricca di Storia, una delle più antiche del mondo che ormai ha più di 300 anni, e di un uomo, con la sua storia infinitamente più piccola ma non meno importante. Perché di fatto la Triade ci insegna che la Storia è fatta da quelle dei singoli individui che la compongono e che insieme la rendono grande.

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