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Tracce sottili sugli zerbini dei miei pianerottoli

Gira voce che la piazza di Casalpusterlengo detenga il titolo della più brutta d’Europa, anche se mancano prove definitive al riguardo. Si registrano problemi legati ai flussi migratori, che nel sentire comune (anziano)padano si esprimono nel classicissimo “loro ci rubano i nostri spazi”. In questo caso, la piazza più brutta d’Europa. Che in realtà è molto migliorata da quando la giunta ha deciso di investire nella cultura, con la ristrutturazione del centralissimo cinema-teatro.
È proprio in questa location abbastanza atipica che il Collettivo Neosensibilista degli OfflagaDiscoPax tiene il suo concerto. Ad assistere c’è un pubblico dall’età media decisamente elevata, forse in parte costituito dagli abituali frequentatori del teatro; i giovani sono pochi ma convinti. Nel complesso la sala è mezza piena, anche se i soliti menscevichi antirivoluzionari potrebbero insinuare che in realtà sia mezza vuota.
Si apre – letteralmente – il sipario, e notiamo che Max Collini ha un braccio ingessato: che la recente disfatta politica l’abbia deturpato fisicamente? Non è dato saperlo. Sul suo gesso, però, campeggia una scritta che omaggia ironicamente Bob Dylan e Woody Guthrie.
Lo spettacolo inizia con le fulminanti “Ventrale” e “Enver”, due dei brani più immediati del repertorio della band, posti in apertura come una sorta di prologo; poi Max ci spiega cos’è la bachelite, fornendo dati tecnici e cenni storici sul versatile materiale che dà il titolo al loro ultimo disco, e introduce “Superchiome”. Si entra nel vivo, e gli OfflagaDiscoPax iniziano a riversare sul pubblico una pioggia infinita di parole e di suoni.

Le tre sagome nere sul palco, fiocamente illuminate da poche semplici luci, sono il ritratto della concentrazione: Daniele percorre la terza via tra la chitarra e le tastiere; Enrico è il presidente della repubblica popolare dei sintetizzatori; Max interpreta, si espone, sfoglia le pagine sul suo leggio declamando senza retorica un comizio intimista che convince perché non vuole convincere; i ricordi, la politica, i sentimenti, le note, i rumori, sono pennellate di uguale peso all’interno di schizzi affascinanti proprio perché incompleti, proprio perché se ne ricavano visioni della realtà non didascaliche e non omologate, che non hanno la pretesa di veicolare un messaggio.
Dal vivo i brani sono più dinamici, sia perché Max tende a una maggiore modulazione ritmica della voce, sia perché i climax strumentali risultano valorizzati per un’evidente questione di volumi. Ne è un esempio “Sensibile”, che strappa uno scroscio di applausi prima della sua effettiva conclusione.
La parte centrale del set è dominata dall’ultima fatica dei tre reggiani, che viene proposta nella sua totalità, anche se lievemente rimaneggiata nella scaletta e interrotta dall’irrinunciabile “Tono Metallico Standard”. Il pubblico reagisce positivamente, soprattutto considerando che un certo numero di presenti sembra essere al primo contatto con la creatura; nel corso del concerto il consenso aumenta considerevolmente, ma i toni rimangono sempre moderati, consoni alla natura della sede. Quando si allontanano dal palco, gli Offlaga vengono acclamati con un lungo applauso, e ritornano con un bis dedicato a “Socialismo Tascabile”; spicca una “Robespierre” completamente riarrangiata, rallentata e proposta in una tonalità più bassa. Si chiude con “Tatranky”, e con l’invito a comprare i dischi. Cosa che puntualmente avviene: una discreta fetta di pubblico se ne va soddisfatta con entrambi gli album sotto il braccio. Se l’esibizione si può considerare riuscita, sorge qualche perplessità a proposito dell’assenteismo dei giovani: che gli OfflagaDiscoPax siano percepiti come troppo impegnati? Che sia un ennesimo sintomo di distacco? Poca pubblicità?
Non importa. Il sole dell’avvenire continua a splendere su di loro.

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