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Tradizioni remiscelate

Eccoli di ritorno. Sembra proprio che il duo statunitense non possa stare alla larga per troppo tempo dal Bel Paese: le loro ultime date italiane risalgono alla scorsa estate. Ma in effetti la presenza dei Matmos all’interno del Rec Festival è più che pertinente: si è infatti trattato di un’enorme manifestazione che, tra i vari eventi, ha visto alternarsi sui palchi reggiani artisti del calibro di Keiji Haino, Original Silence (un “supergruppo” in cui militano membri di Sonic Youth, Zu e The Ex) e Heiner Goebbels, uniti nell’analisi del tema della memoria al tempo dell’oblio.

Ecco quindi entrare in scena i Matmos, formazione capace di sviluppare una ricetta tutta propria nell’ambito dell’elettronica intelligente, capace di saltellare con incredibile sicurezza tra cliniche di chirurgia estetica (brutalmente campionate in ogni suono per lo splendido “A Chance To Cut Is A Chance To Cure”) e ambientazioni naturaliste, tra remix confezionati per il dancefloor e contaminazioni folk, tra gelo ipertecnologico ed essenzialità pop; senza naturalmente dimenticare il prolungato soggiorno presso la corte di Björk. Chi meglio di loro può esprimere una poetica della memoria finalizzata all’evoluzione?

A dare inizio al concerto, che si configurerà come un impegnativo “gioco di squadra”, ci pensa il D’Esperanto Quartet: i musicisti emiliani ammaliano il teatro stracolmo con un solo brano, durante il quale effettuano numerosi cambi di strumenti – appaiono flauti, violini e cornamuse, incastonati su di un tappeto costante di ghironda. La melodia proviene senz’altro da un tempo lontano, ma ha il familiare odore della legna accatastata sotto i casolari di pietra che costellano tutt’ora l’Appennino. I quattro musicisti restano seduti, e attendono l’ingresso di Martin Schmidt e Drew Daniel, che giungono accompagnati da un quartetto di provenienza accademica e da un folto numero di “aiutanti” reclutati con un precedente workshop. In scena ci sono quindici persone.

Le coordinate sonore entro cui possiamo inquadrare ciò che avviene sul palco sono a grandi linee quelle di “A Civil War”, sebbene ad esse venga aggiunta un’ulteriore dose di stratificazione e profondità, oltre che un inevitabile tono europeo nei frangenti più puramente folk. Schiocchi di lingua elaborati e mandati in loop in tempo reale si accostano a percussioni suonate con mazzi di rose, mentre un sax e un fagotto fanno da contrappunto dissonante e il contrabbasso traccia le uniche linee invalicabili; i D’Esperanto intervengono con sobrietà e in funzione di accompagnamento; nel frattempo Schmidt recita in italiano. Con i brani successivi il tutto si dilata ulteriormente, fino a raggiungere i confini dell’ambient: questa volta sono i D’Esperanto a costruire le strutture fondamentali, mentre Martin Schmidt suona il piano dall’interno e Drew Daniel manipola suoni e filmati; uno studente del gruppo si accanisce su ciò che sembra un vibrafono giocattolo. Poi macchine da scrivere e fraseggi jazz, rumori sottili che si incastrano alla perfezione in un impasto sonoro altamente ipnotico, mentre sullo schermo una mano enorme tortura le corde di un piano con un ferro arcuato che fa molto studio odontoiatrico.
[PAGEBREAK] La metà dello spettacolo è già abbondantemente superata, e per il D’Esperanto Group è tempo di lasciarci soli con il lato più sintetico dei Matmos: dopo quasi un’ora di sperimentazione, i ritmi sostenuti e il feeling da dancefloor espresso da “Freak’N’You” vanno a costituire un azzeccatissimo momento liberatorio, perfettamente integrato nell’insieme nonostante il contrasto abbastanza accentuato con quanto sentito finora. L’incedere implacabile della linee di basso e l’inserimento di micro-variazioni glitch ad opera degli studenti arricchiscono un brano che proviene direttamente dal passato del duo. I Matmos, a dispetto del look “ingegneria-tendente-al-nerd” che sfoggiano stasera, si fanno trascinare dal ritmo; anche gli spettatori tentano di muoversi come possono, sperando in una miracolosa sparizione delle poltroncine.

I Matmos salutano brevemente, ma tornano sul palco per uno splendido bis, uno dei momenti più evocativi della serata: le percussioni suonate dal vivo e l’incantevole voce di una componente della sezione fiati (elaborata, filtrata e avvolta in una coltre d’eco in tempo reale) sono gli elementi di spicco di un brano che sembra ammiccare contemporaneamente al trip-hop e a melodie mediterranee, fungendo da perfetto commiato per un pubblico attento e caloroso.

Questa sera abbiamo assistito a una notevole dimostrazione di coraggio, non tanto per le finalità (principalmente la commistione di elettronica modernista e tradizione folk), ma piuttosto per il metodo: tutti i musicisti coinvolti hanno fatto un passo indietro, lasciando che fosse l’ensemble ad essere valorizzato, anche a scapito delle singole personalità. A trasparire è il rispetto reciproco di musicisti che provengono da aree diametralmente diverse, accomunati dalla passione per il lavoro ed il gusto per la ricerca, la cultura, la storia. Il risultato è stato senza dubbio particolare e compiuto, specialmente se consideriamo la mole di strumenti e macchinari presenti sul palco, che avrebbero benissimo potuto produrre un’ora e mezza di cacofonia auto-indulgente se qualcuno si fosse lasciato prendere troppo la mano.

Di certo nella creazione di un continuum musicale coerente la magia evocativa del D’Esperanto Quartet e la componente più affilata e trascinante del suono dei Matmos si sono parzialmente diluite e smussate, ma questo è l’inevitabile prezzo da pagare se si ricerca una commistione totale tra le differenti proposte e non ci si accontenta di semplici accostamenti che, il più delle volte, finiscono per sembrare un po’ troppo improvvisati e pretenziosi.

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