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Traffic Lights Orchestra: Quelli che non si annoiano mai

Li avevamo conosciuti qualche tempo fa, ma erano già ben piantati sulle gambe e con le idee ancor più che cristalline nella testa.
Eccoci a chiacchierare con i Traffic Light Orchestra.

Ciao ragazzi! Grazie per aver scelto noi per condividere un po’ del vostro tempo.
Iniziamo dalla ‘fine': come è stato il processo creativo che ha condotto al nuovo lavoro del gruppo?

Il processo creativo è tuttora in atto e non sappiamo con precisione dove ci condurrà. Alcuni brani, alcune idee erano già fissate, altre sono state rimodellate o ribaltate completamente ed altre devono ancora arrivare. Vogliamo che questo album suoni girando su se stesso, è l’album del nostro 2013. Stiamo sperimentando e crescendo. Una specie di gestazione. Il parto vero e proprio avverrà quando metteremo insieme tutti gli ep.

So che ci avete lavorato in un rifugio a 1500 metri sul livello del mare… come mai questa scelta?
La scelta deriva dalla voglia di suonare e comporre in un ambiente nuovo che non fosse la sala prove. È stato un modo per immedesimarsi completamente nella nostra musica e nel nostro creare musica. È affascinante passare ore e ore a suonare e capire di non essere mai annoiati o stufi. Il fatto di essere isolato dalla quotidianità ti offre la possibilità di vivere, anche se per pochi giorni, di musica. In sala prove spesso si arriva stanchi o con mille altre cose a cui pensare.

Lassù era quasi una dimensione monastica: suonare, mangiare, dormire. Il rifugio, i 1500 metri sul livello del mare sono un bel contorno, la pioggia ha reso tutto più mistico.

Per quale motivo avete deciso di dividere in quattro parti “Many Worries”?

Sarebbe ipocrita non ammettere che lo si faccia per mantenere viva l’attenzione su di noi. In più si sta rivelando un approcio particolare e divertente al lavoro.

Vi va di spiegarci anche l’idea dietro il video della title track del nuovo lavoro?

In realtà il video di “Many Worries” rimane a tratti anche un mistero per noi. La canzone è ispirata ad un momento non troppo felice della vita del regista. La fine di un rapporto ha spesso del surreale. Un surreale da lui vissuto e fatto rivivere nel video.

Diteci la verità: avete una traccia preferita fra quelle di Many Worries?
Prima si parlava di parto. Se l’album è un figlio è difficile dire quale sia la parte che preferiamo, gli occhi, un braccio, le ginocchia. Secondo noi un album funziona quando ascoltandolo se ne percepisce l’atmosfera d’insieme, speriamo che si possa dire lo stesso di “Many Worries” nonostante le uscite frammentate.

Sul vostro sito avete definito “Many Worries” un “albero”. Ci spiegate meglio questa metafora?
È un albero perché cambierà nel corso dei mesi. Le radici sono ben salde, sappiamo dove vogliamo arrivare. Sono spuntate le prime foglie, ne spunteranno altre e cambieranno colore. Alla fine dell’anno cadranno e rimarrà lo scheletro sotto la neve. “Many Worries” è un punto fermo sulla collina che cambia.

Le vostre influenze sono disparate e molto varie: come avete trovato un punto d’incontro? Come siete riusciti a mescolare tutti questi generi?

Non ci siamo mai imposti nulla e parliamo, discutiamo molto sugli arrangiamenti. Ci consigliamo dischi degli artisti più disparati, andiamo ai concerti. Abbiamo l’impressione di aver lavorato bene, sentiamo di avere un nostro suono. Alla fine dei concerti la gente con cui parliamo ci paragona ad artisti che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro.

Questo processo è stato semplice e rapido o è stato frutto di duro lavoro?
Sicuramente il lavoro non è finito ed è proprio questo il punto di forza: la voglia di scoprire cosa c’è un po’ più in là. È stato un lavoro appassionante che ha richiesto e richiede molto impegno, ma non è stato duro. Non sopportiamo quelli che si lamentano perché hanno suonato troppo, che sono stanchi per il viaggio da una data all’altra, che non sopportano di stare tante ore in studio. Suonare è la nostra passione, per ora ci tocca lavorare per vivere, se un giorno poi diventerà un lavoro vero e proprio picchiateci se ci lamenteremo.
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Avete collezionato un buon numero di live da potercelo dire: i pubblici di Italia, Inghilterra, Francia, sono in qualche modo diversi fra loro (anche nei gusti)?

In Italia abbiamo suonato davanti a qualsiasi tipo di pubblico, dagli 0 ai 90 anni, in qualsiasi occasione e quindi siamo stati apprezzati in modi diversi: si passa da quello che ti chiede la cover di Vasco a quello che conosce i tuoi testi a memoria. In Francia siamo stati trattati da re, il pubblico si diverte e normalmante, sapendo che siamo italiani inizia a cantare “Bella Ciao”. A Londra grazie al pubblico avremmo trovato altre date ma purtroppo la patria chiamava. Ci aveva colpito l’attenzione durante il live nonostante la grande e variegata offerta musicale della capitale inglese. In questi giorni ci hanno ricontattato per tornare, speriamo di riuscire ad organizzare un mini-tour.

“VerdeYellowRouge” è stato, invece, un lavoro composto dai vostri amici. È stato un modo per premiare il loro affetto e il loro sostegno?
Ci sembrava giusto rendere partecipi le persone che ci hanno seguito sin dal primo concerto. Il materiale per il disco era tanto, abbiamo deciso di delegare la cernita.

Sperando che arrivino in zona per un possibile tour, vi invitiamo a rimediare subito qualora non aveste ancora sentito quanto ci sappiano fare.

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