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  • Transatlantic: Bridge Across Forever

    Transatlantic

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2 + 2 = TRANSATLANTIC!

C’era un tempo in cui il termine “supergruppo” implicava collaborazioni estemporanee di musicisti affermati che, per un motivo o per l’altro, decidevano di condividere la propria creatività per dare vita a progetti con una valenza artistica che il nuovo millennio ci ha portato a dimenticare. In tutta onestà, quando qualche anno fa si era iniziato a parlare dell’operazione Transatlantic, qualche dubbio circa le reali motivazioni di radunare sotto un’unica bandiera nomi altisonanti come Mike “Octopus” Portnoy, Neal Morse (Spock’s Beard), Roine Stolt (Flower Kings) e Pete “trottolino” Trewavas (Marillion) mi era venuto. Il loro primo album, per quanto valido, non mi aveva entusiasmato, e conseguentemente i dubbi erano rimasti. Devo però ammettere che il recente, bellissimo, doppio live non solo mi era piaciuto ma mi aveva finalmente trasmesso la sensazione che, tutto sommato, i quattro personaggi stessero finalmente trovando tra loro quell’alchimia che può trasformare un progetto estemporaneo in una realtà destinata a durare ed a produrre musica di grandissima qualità. Aspettavo dunque con impazienza la release del loro nuovo “Bridge Across Forever”, non fosse altro che per costatare la correttezza di questa mia sensazione. Iniziamo subito col dire che, fin dai primi ascolti, l’album colpisce nel segno: ci troviamo di fronte ad un disco di rara bellezza, con cui il quartetto d’assi riesce a riesumare efficacemente lo spirito del rock progressivo più classico grazie ad una prova d’insieme notevolissima, che conferma il notevole grado d’affiatamento raggiunto da musicisti i quali, pur gravitando tutti nel medesimo intorno d’esistenza, provengono da esperienze e back-ground radicalmente differenti. Impressionante la qualità del song-writing: se nel primo album la noia faceva più di una volta capolino tra le innumerevoli note che ne inondavano i brani, facendone più che altro un pregevole ma sterile esercizio di stile, “Bridge Across Forever” affascina dal primo all’ultimo secondo nonostante una durata complessiva di quasi 75 minuti, distribuiti su quattro soli brani (3 suites ed una delicata ballata), dandoci finalmente l’impressione di trovarci di fronte ad una vera e propria band. [PAGEBREAK]Vi dirò di più – i quattro “mostri” sono riusciti ad integrare perfettamente l’approccio tradizionalmente europeo di Roine Stolt e Pete Trewavas con quello per ovvi motivi più tipicamente a stelle e strisce di Portnoy e Morse, dando vita ad un mosaico di suoni, sensazioni e vibrazioni raramente riscontrabile nel prog rock di questi ultimi tempi. Aggiungerei una considerazione strettamente personale: i quattro paiono divertirsi di più con questo “giocattolo” che non con le rispettive band d’origine. Portnoy sembra tornato sul pianeta Terra, Stolt pur avendo fatto delle gran belle cose con i suoi Flower Kings non ha mai raggiunto le vette che è riuscito a toccare in seno ai Translatlantic, Morse canta come non mai e persino il vecchietto del lotto, il buon Pete Trewavas, sembra essere musicalmente risorto, come se questa esperienza gli avesse fatto riscoprire il piacere di suonare – un piacere che gli attuali Marillion non sembrano più in grado di procurargli. Qualcuno potrebbe obiettare che il termine “progressive” non sia il più adatto a descrivere il mélange partorito dai Transatlantic, che forse sarebbe più corretto parlare di “regressive rock”, se mi concedete il termine: di innovativo c’è davvero poco in questo disco, in quanto dietro ad ogni passaggio di “Bridge Across Forever” si muovono i fantasmi dei Genesis, degli Yes e di buona parte delle classiche band che negli anni ’70 hanno fatto la storia del rock sinfonico, ma in fin dei conti è davvero importante l’innovazione a tutti i costi quando sull’altro piatto della bilancia troviamo lo standard qualitativo che i Transatlantic sono riusciti ad infondere in ognuno di questi 75 minuti? Ascoltate “Duel With The Devil” prima di rispondere…

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