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Ennesimo live per collezionisti

I Transatlantic, nostalgica all star band dedita ad un prog rock piuttosto tradizionale, con spunti innovativi ridotti all’osso, venuta su per il piacere degli esperti e blasonati musicisti coinvolti nell’operazione: Neal Morse (ex-Spock’s Beard), Roine Stolt (The Flower Kings), Mike Portnoy (Dream Theater), Pete Trevawas (Marillion). Due studio album nel giro di circa quattro anni, “SMPTe” e “Bridge Across Forever”, già un disco dal vivo tra questi due, e poi un altro, questo”Live in Europe”, registrato nel 2001 in occasione del tour successivo alla pubblicazione del secondo lavoro della formazione transatlantica. A tutto ciò si aggiungono la pubblicazione anche della nuova versione di “SMPTe” che propone il mixing di Roine Stolt, e dei demo della band pubblicati da Neal Morse.
Forse non ce n’era bisogno: sicuramente un numero di uscite, contenenti materiale già edito, che comunque lascia perplessi.
Tuttavia, è proobabile meritasse una testimonianza discografica il tour che ha visto salire sul palco, oltre ai già citati musicisti, anche Daniel Gildenlow (Pain of Salvation), impegnato alla seconda chitarra e a dare una mano ai cori. “Mano” attenta, opportuna e capace, va detto.
Forse meritava una testimonianza discografica anche la nuova versione di “Suite Charlotte Pike”, qui intitolata “Suite Charlotte Pike Medley”, che intreccia alla musica originale scritta dai Transatlantic estratti da “Abbey Road” dei Beatles, del 1969. Vengono proposti pezzi come “You Never Give Me Your Money” (nella seconda parte della quale prende il microfono Mr. Portnoy, ad interpretare una melodia originariamente cantata da Ringo Star), “Mean Mr. Mustard”, “Polythene Pam”, “She Came In Through the Bathroom Window”, la splendida “Golden Slumbers” (nella quale viene riservato un più ampio spazio all’ugola di Gildenlow, giustamente premiata dagli applausi del pubblico, che noi vogliamo giudicare veritieri e non magica alchimia da post-produzione), “Carry That Weight” e “The End” – praticamente quasi tutte le canzoni che sull’album dei baronetti di Liverpool andavano a formare una suite, tutte legate le une alle altre com’erano e dotate di diversi richiami tematici musicali. Il tutto viene poi concluso con un divertito remake di “Her Majesty”, già traccia conclusiva del disco dei fab four. Sicuramente un interessante esperimento, fatto da una band che infine dà il giusto tributo alla Lennon-Mc Cartney & Co., un’altra delle sue maggiori influenze.
Per il resto, come da copione, ottime esecuzioni di musicisti che oggi rappresentano la crema del progressive internazionale, che propongono uno spettacolo divertente e divertito, pressocé? perfetto, dall’ottima produzione, dal giusto feeling, ecc. ecc.
Il lavoro non sfigura, lo standard qualitativo è elevato e i Nostri proprio non deludono, ma l’impressione di forzatura commerciale è ben più che uno sventurato miraggio

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