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Transatlantici Transatlantic

Li abbiamo amati. Li abbiamo voluti. Li abbiamo cercati.
Dopo i due capolavori “SMTP E” (2000) e “Bridges Across Forever” (2001), i quattro Big del progressive rock tornano finalmente insieme.

“The Whirlwind” è il terzo lavoro di una delle band più qualificate degli ultimi vent’anni. Esso ha un cuore unitario: un’unica suite di dodici movimenti, il cui tema melodico, già sintetizzato nel brano d’apertura, si spalma negli oltre 74 minuti di musica, come in un musical innalzato sull’altare della tradizione seventies.

Ma chi conosce le composizioni di Neal Morse non potrà non notare quanto l’album risulti da quest’ultimo influenzato, e certo in maggiore misura rispetto al passato. Ovvia conseguenza del fatto che “Whirlwind” era innanzitutto una demo di 45 minuti dell’ex Spock’s Beard ed ora confluito, con i dovuti tagli, nel nuovo lavoro dei Transatlantic. Nessuna meraviglia, dunque, se ritroviamo le atmosfere di “?” o di “Sola Scriptura”, a discapito invece del folclore nordeuropeo di Stolt.

E Morse ancora una volta si rivela un eccelso scopritore di melodie accattivanti e suggestive, spiriturali non solo nei testi, ma soprattutto nella maestosità delle orchestrazioni. La circostanza poi che i suoi compagni siano il meglio che il progrock possa oggi vantare rende l’album il punto di confluenza di quattro incredibili esperienze: senza straripamenti di virtuosismi personali, ma un perfetto bilanciamento di carriere.

I transatlantici Transatlantic raggiungono dunque un’altra volta la perfezione. E forse questa è l’unica cosa scontata dell’album.

La semplicità di quest’album (facilmente orecchiabile, più dei precedenti) riesce ad arrivare direttamente al cuore, senza passare per quella mediazione, necessaria al critico, dell’arte o della tecnica. Peccato solo che Stolt abbia fatto sentire poco il suo peso in fase compositiva e non ci siano i suoi motivetti da folletto.

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Contro

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