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Nella sezione Gala del Festival Internazionale del Film di Roma 2014, arriva in anteprima “Trash“, il nuovo film di Stephen Daldry.

Il regista britannico, collezionista di candidature agli Oscar con i suoi quattro lavori precedenti che poche volte si sono poi tramutate in statuette, è andato in Brasile a girare una storia di sopraffazione, di sopruso, ma anche di moralità e forte senso della giustizia. C’è sempre un forte afflato morale nel cinema di Daldry che, quando è ben dosato, riesce a trasformare i suoi film in edificanti apologhi.

Questa volta l’operazione rientra in un vero e proprio sottogenere dell’industria hollywoodiana, la “colonizzazione” di un Paese terzomondista, o comunque emergente con forti diseguaglianze sociali, che fa da sfondo a storie di riscatto sociale, con un divo meglio due che stanno lì a rappresentare il punto di vista americano sul mondo (esempio perfetto il fin troppo osannato “The Millionaire” di Danny Boyle).

Quando due ragazzi che smistano rifiuti nelle favelas di Rio de Janeiro trovano un portafoglio in mezzo ai detriti giornalieri della loro discarica locale, fanno presto ad immaginare che le loro vite cambieranno per sempre. Ma quando la polizia locale si fa avanti, offrendo loro una grande ricompensa in cambio del portafoglio, Rafael (Rickson Tevez) e Gardo (Luis Eduardo), si rendono conto dell’importanza del loro ritrovamento. Con l’aiuto dell’amico Rato (Gabrìel Weinstein), il trio inizia una straordinaria avventura cercando di tenersi stretto il prezioso oggetto, eludere la polizia, e scoprire i segreti che nasconde.

La spazzatura, a partire dal titolo, invade il film e i vicoli delle favelas brasiliane, opprime e ammorba questi tre bravissimi protagonisti che usano ogni anfratto delle diroccate baracche del loro quartiere per scappare dai pericoli, per muoversi più velocemente degli altri. Sono degli scarafaggi, come il perfido commissario esplicita fin troppo didascalicamente in una scena del prefinale, costretti dalla corruzione e dalla violenza della Polizia a sgattaiolare via per sopravvivere, immersi nel degrado più profondo. Ma quando gli arriva tra le mani la causa “giusta” si buttano anima e corpo nell’impresa, aiutati, ma nemmeno troppo, da Rooney Mara e Martin Sheen, i due divi calati dal cielo per dare una mano (Sheen, guarda caso, interpreta un prete).

Programmatico fino al midollo, ingredienti dosati con il bilancino per non scontentare nessuno, ma innegabilmente un prodotto che raggiunge il suo scopo (non a caso insisto sul termine “prodotto”). La regia di Daldry è avvolgente e muscolare allo stesso tempo, il copione di Richard Curtis alterna felicemente momenti di puro genere a momenti più intimisti: ha fatto scuola “Tropa de elite“, il film che ha lanciato qualche anno fa Josè Padilha, il marchio visivo e fotografico della Rio notturna è molto debitore. Quale sarà la prossima periferia disagiata invasa da Hollywood?

 

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Contro

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