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Tre Allegri Ragazzi Morti : Allegra Interview

Seduta su una panchina al calduccio e alla penombra all’interno del teatro si avvicina a me un personaggio, dagli occhi buoni e il sorriso amichevole: “Piacere, Davide!”. Ecco a voi l’intervista a Davide Toffolo, cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti nonché fumettista e scrittore; due parole sul loro lavoro “Pasolini: Diario Di Un Incontro” e sulla realtà del T.A.R.M.

Bene, iniziamo!
Ti va di introdurre la nascita di questa idea, descrivendola brevemente?

Questo è un progetto nato per il “Palazzo Delle Esposizioni” a Roma, una galleria di arte moderna che ha un piccolo teatro in cui stanno facendo una rassegna di musica rock legata alla letteratura; siccome erano a conoscenza della mia esplorazione su Pasolini, hanno chiesto ai Tre Allegri Ragazzi Morti se potevano immaginarsi qualcosa.
Già tre anni fa avevamo messo assieme uno spettacolo molto simile, ma più descrittivo, in un momento forse in cui Pasolini era più dimenticato di adesso o comunque in un periodo in cui io avevo più voglia di parlare; adesso invece la voglia è solo quella di disegnare e sperimentando un po’ abbiamo trovato questa formula diversa: una specie di performance in cui Enrico e Luca suonano e io disegno, senza cantare o fare quello che abitualmente faccio, adottanto un atteggiamento diverso dal solito.
Questo lavoro andrà in teatro solo tre volte, qua a Trieste poi a Bologna e Roma dato che il disegnare per due ore in tempo reale è piuttosto estremo… noi a provare ci siamo divertiti, ora speriamo vi divertiate anche voi.

Chi o cosa rappresenta una figura come Pasolini nella vita dei T.A.R.M.? È un emblema per te?
Sì, vedi, quando ho scritto il libro su Pasolini realmente cercavo una specie di specchio cercando di capire di più le motivazioni della mia scelta di spendere una gran parte della mia esistenza per la scrittura, che nel mio caso è “impura” poiché contaminata dal disegno e dalle canzoni e ho cercato in lui una risposta visto la sua influenza e affinità col mio essere.
Però è stato anche un viaggio all’interno della nostra scelta esistenziale e in realtà all’interno delle sue parole abbiamo trovato molti elementi comuni con le nostre.

Nel fumetto immagini un’intervista tra te e Pasolini. Quanto di te c’è nel personaggio del Maestro, quanto di quel dialogo è in realtà svolto tra due parti della tua personalità?
Lasciami precisare che io incontro un mitomane, un personaggio che finge una mimesi del Poeta.
All’inizio del lavoro compare una vera e propria dichiarazione di intenti, visto che il personaggio che mi rappresenta incontra un contadino che gli dice che come Pasolini, fa tutto quello che vuole: ribalto così tutta la vicenda; probabilmente ho cercato in Pasolini qualcosa che cercavo dentro di me… con questo gioco continuo di specchi.

Pasolini era un filosofo, un artista che attraverso le sue idee e le sue opere educava alla vita. Nel fumetto viene citata questa frase “i maestri sono fatti per essere mangiati”. Chi sono i vostri maestri?
La frase è una visione poetica che ha Pasolini su l’idea che i Maestri non vanno solo ascoltati ma anche digeriti.
Per quanto riguarda i nostri maestri dovresti chiederlo anche agli altri, perché ognuno ha i propri; per quanto concerne me, se per Pasolini erano Marx, Cristo e Freud, per me forse sono Darwin, Pasolini e qualche cantante di “terza categoria” italiano e sicuramente qualche disegnatore di fumetti come Magnus, Pazienza.
Sai a differenza di Pasolini che ha compiuto la sua ricerca nella letteratura alta io vivo principalmente di sub-cultura e assimilo, come lui dal resto, entrambe le cose… infatti nel mio viaggio racconto di questo aspetto del fumetto, che nessuno dice mai, pur tuttavia essendo anche un suo interesse.

Analizzando il concetto di Mostro, simbolo negativo dell’ignoto, e di conseguenza del pauroso, del diverso e considerando inoltre, che Pasolini fu trasformato in un “mostro” da esorcizzare: voi vi considerate mostri o normali? E che tipo di creature siete?
Ma devo dirti che l’idea del rispetto della diversità e l’idea che ogni uomo sia diverso penso che sia profondamente all’interno della scrittura dei T.A.R.M.; per quanto riguarda il mostro che è in noi, sicuramente ci sono al nostro interno degli aspetti più normali, ammesso che esista una normalità, e col tempo siamo diventati molto più mostri di quanto eravamo prima (ridacchia)
[PAGEBREAK] Un processo interiore dunque?
Il progetto dei T.A.R.M. è molto, come dire… “progettuale” ci sono delle cose da cui non riusciamo a prescindere e sicuramente l’idea di mostro appartiene al nostro immaginario, ma sta, prima di tutto, all’idea che ogni persona ha una sua identità, diversa e assoluta nella sua unicità.

Voi usate come espressione artistica musica e fumetti, mezzi attivi e contemporanei; cosa vi ha spinto al Teatro, che forse ora come ora, sta risentendo di più dell’indifferenza collettiva?
È un aspetto presente un pochino anche nel mio ultimo libricino, ovvero che il teatro sia una forma di comunicazione scarica, io di teatro ne conosco davvero poco e per di più, è un teatro istituzionale che arrivava in una provincia come quella di Pordenone che da ragazzo non mi ha eccitato in modo particolare, ad essere sincero; però penso che l’azione diretta dell’arte in un posto del genere possa avere delle potenzialità alte e dal resto anche la nostra performance vuole far in modo che ci si possa re-inventare, con molti sforzi, attraverso questa realtà.

Parlando del gruppo.
Considerando la scena del nord-est nell’Italia degli anni ’80 (sviluppatissima in ambito alternativo, dalla new wave al punk delle band del The Great Complotto). Ad oggi quanto pensate sia rimasto della spinta artistico-creativa di quel periodo?È stata forse un’occasione sprecata per cambiare le cose oppure credete abbia dato dei buoni risultati?

Se devo parlarne come da chi c’era dentro e adesso ne è più lontano posso dire che la reazione vitale di quel periodo da adolescenti di provincia è difficilmente ripetibile e in questo momento non c’è a Pordenone una situazione del genere. In generale per me come persona, quel periodo è stato formativo ed importante perché ho capito che: è quello che ti immagini ti possa cambiare l’esistenza che opera e non la contingenza che hai intorno, dato che il tutto è cresciuto circondati dal nulla e con la volontà di esprimersi e comunicare con il resto del pianeta.
Per quanto riguarda l’oggi ci sono forme nuove e per mia fortuna incontro tutt’ora persone le quali hanno all’interno un motore artistico forte e, anche se oramai si dice che l’Italia è un paese senza energia o comunque violato, che continuano a creare.

È riduttivo oramai definire il vostro sound un mix tra punk e rock’n’roll; col passare degli album sono presenti sempre più parecchi spunti sperimentali e una produzione forse più curata. Cosa è rimasto del vostro originario modo di lavorare? Siete della scuola che in saletta inneggia al “buona la prima” o siete degli attenti pianificatori per poter ottenere quello che volete?

Né l’uno, né l’altro veramente, siamo una specie di laboratorio a tre che generalmente ha una miccia d’innesto che sono io e due sponde che sono Luca ed Enrico, e di pari passo al cambio della tensione del nostro rapporto si producono dei dischi con diverse anime, che al contempo riescono ad essere eterogenee ed omogenee nel senso che ogni volta è un esperimento diverso poiché far musica muove dei meccanismi complessi e siccome è una cosa che facciamo oramai da molti anni, la vediamo come forma di viaggio che ci porta sempre a sensazioni diverse.

I T.A.R.M. sono morti adolescenti e conoscono solo quella realtà, eppure voi crescete: uomini e maschere… non è paradossale descrivere o parlare di realismo adolescenziale visto che non lo siete più? Cosa vi affascina di quel periodo?

Diciamo che parlandoti della mia scrittura legata all’adolescenza, per un periodo ho detto che era come trattare di fantascienza, e da una parte è anche vero, dall’altra credo che la mia sensibilità rispetto a quel periodo, sia “esistenziale” nel senso che io veramente mi sento vicino alla forma d’esistenza adolescenziale, una forma pura ma al contempo complessa dove la scoperta di quello che si è, è una messa in gioco completa ed è, come diciamo nelle canzoni, una specie di guerra.
Perciò quella dimensione la rispetto e continua a stimolarmi…

Quindi è un continuo re-inventarsi, mettersi in gioco e conoscersi? Così come per il Teatro?
Sì, diciamo proprio che è così!
È un viaggio di conoscenza e poi forse è anche il tipo di musica che facciamo che ha una matrice adolescenziale, e la musica, soprattutto per me, non è calcolata, nasce dal momento in cui ho una illuminazione e prende una forma semplice…la musica alla fine è quello che sono senza congetture, la molla per cui creo è come dice Pasolini: “una condizione esistenziale”.
[PAGEBREAK] Vorrei un parere su un artista, Joel-Peter Witkin, che potrebbe essere relazionato a voi per quanto concerne il suo utilizzo della “maschera”, ricordando che:
Molti suoi Personaggi, che spesso appartengono ai Freaks, indossano una maschera, comunemente utilizzata per nascondersi, celarsi,ma per lui questa assume un valore più forte e profondo: è l’emblema della confusione umana, di un bisogno di chiarificazione, che l’artista ben conosce” (tratto dal foglio introduttivo alla mostra di Milano presso il P.A.C.)
Una specie di identità atta a far scorgere un mondo al di là del volto…. Secondo te, la maschera può essere una “porta” d’accesso a quello che molte persone non vedono per colpa dei “pre-giudizi”?
Per noi è stato così in realtà, i T.A.R.M. hanno uno strano rapporto con i media, diciamo… la musica è un prodotto da media di massa e il nostro utilizzo della maschera ci ha consciamente tagliato fuori da alcune realtà, come quella televisiva per esempio e allo stesso momento ci ha permesso di avere un approccio diverso, sì… per noi la maschera è stata una “porta d’accesso”…

Inoltre per Witkin è presente di base, un forte senso e dovere mistico, è altrettanto per voi?

Be’ noi siamo in tre…

Ah! La Trinità! (risate)
Ognuno, chi più e chi meno, ha la propria dimensione mistica; io per esempio penso di non averne una cosciente… a me piace Darwin! Però non posso ovviamente parlare per gli altri, la nostra è una dimensione composita fatta anche da una diversa sensibilità su quello che è l’essere e l’esistere.


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