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Tre Allegri Ragazzi Morti : Camminando nel giardino

Ormai è l’ultimo giorno del Forest Summer Fest e mentre si fanno check e quant’altro in vista della serata, noi ci appropinquiamo a Davide Toffolo dei TARM per strappargli qualche parola sull’ultimo lavoro e su ciò che concerne la sua musica.
Leggete un po’, che non guasta.

Iniziamo con la prima domanda. Com’è per te far parte di questo festival insieme a gran parte degli artisti de La Tempesta?
Diciamo che non c’è un ‘sotto': si tratta di un collettivo in cui ciascuno è proprietario delle sue cose. Per quanto riguarda il fatto di essere qua sono molto contento, son felice di ascoltare Il Pan Del Diavolo, Maria Antonietta ma anche Lo Stato Sociale, che non saranno dell’etichetta nostra, però bravi rimangono sempre.

E che ne pensi di questi eventi organizzati in modo autonomo da ragazzi volontari?
Beh, sono sicuramente a favore. Il fatto che abbiano chiamato noi evidenzia che c’è un certa sintonia sull’idea di fare le cose in orizzontale, senza avere di mezzo troppi investimenti o sovvenzioni. Mi han detto che le altre serate sono state belle e c’è stato un fracco di gente…

Sì, specialmente per Appino. Gli Area poi, una cosa…

Incredibili, eh?

Invece, spostandoci in tutt’altra direzione: com’è nata l’idea di aprire i concerti per Jovanotti? So che vi staranno facendo questa domanda a fiotti, ma tant’è.
Beh, ieri ne abbiamo aperto uno, appunto. (ride)
Sicuramente è una situazione anomala per noi, e anche suonare in uno stadio ha qualcosa di particolare, diciamo. Però, personalmente, parlo in veste degli Allegri Ragazzi Morti, il fatto di essere davanti alla maggior parte del pubblico che ci conosce poco o conosce soltanto il nome ci ha dato la sensazione di essere in una condizione abbastanza privata, nonostante ci siano circa venticinquemila persone all’ora in cui suoniamo noi.
Perciò ci siamo sentiti abbastanza liberi. Abbiamo fatto scalette diverse in questi concerti, un po’ motivate dal fatto che ogni volta ci sembrava una situazione diversa da comprendere e quindi da gestire nel modo che più ci aggradava.

Quella che abbiamo utilizzato di più è una scaletta cronologica, cioè partiamo da “Mai Come Voi” e arriviamo fino alle ultime cose, praticamente; un po’ per raccontare quel che siamo, un po’ invece perché ci sono alcune canzoni che per noi sono imprescindibili, benché tanti abbian storto il naso per la scelta di “Mai Come Voi” data la situazione da stadio. “Contro chi?”: contro nessuno, ovviamente, si tratta della nostra bandiera.
Il pubblico è interessante, la maggioranza di coloro che ci troviamo davanti sono ragazzi. Poi diventa tutto una cosa incredibile… Io non avevo mai visto un concerto in uno stadio, adesso finalmente ne ho visti sei. C’è tutta l’Italia, almeno tre generazioni. Quando è il nostro turno, dicevo, si parla di ragazzi sui venticinque anni, e quando mi faccio mandare affanculo qualche faccia un po’ sorpresa dell’idea che un artista si faccia trattare così in un’occasione del genere, su un palco, l’ho vista. Anzi, stupitissima. Era quello che volevo, ecco.

Parlando del vostro ultimo lavoro, da dove viene questo titolo, “Nel Giardino Dei Fantasmi”? Che fantasmi?
Me lo chiedono in tanti, però non so se ho veramente una risposta. È una raccolta di storie, il titolo è un omaggio a un disco di David Byrne e Brian Eno, uscito nell”81, e più o meno il titolo è la traduzione di quell’album, fatto dopo “Remain In Light” dei Talking Heads. Questo LP aveva dentro un po’ le ricerche che avevano usato per fare quel disco, anzi, è esattamente il proseguimento della ricerca iniziata con quell’album dei Talking Heads.
Perciò c’è dentro una forma etnica di musica molto speciale, non riferibile ma molto contaminata, piena di suggestioni.
E questo disco nella sua idea iniziale aveva proprio tale ipotesi, cioè fare musica che avesse degli elementi etnici al suo interno.

Poi di fantasmi ce ne sono eccome, ce ne sono di veri così come ce ne sono di fittizi o immaginabili. Io lo vedo come un disco costituito dai fantasmi della musica che abbiamo vissuto in questi anni, perciò ci sono delle ballate rock, c’è del reggae, ci sono cose più veloci, anche se non declinate precisamente con lo stile vecchio, ma hanno questa specie di vestito. Ci sono molte cose che, secondo me, persone che hanno ascoltato i TARM nel corso dei vari anni possono ritrovare come familiari.
[PAGEBREAK] A me in particolare è piaciuta molto “I Cacciatori”. Cosa ci puoi dire a riguardo?
In questo caso si tratta di un fantasma vero, quello di un ragazzo morto nel ’94 che racconta un po’ ciò che si è perduto a causa della morte.
Non tanto il modo nel quale è morto, anche perché in realtà non si capisce chi l’abbia ucciso. Inoltre è una specie di metafora su quello che è successo almeno alla generazione di cui tale ragazzo faceva parte. Era stata data loro l’immaginazione di una vita che stava su dei binari precisi, insomma, e che poi s’è rivelata diversa. Credo sia proprio questo il significato della canzone.

Il video de “La Mia Vita Senza Te” è fatto con il linguaggio italiano dei segni. Da dov’è venuto lo spunto per realizzarlo?
Era un po’ che ce l’avevo in testa, mi sarebbe piaciuto fare tutto il disco con il linguaggio dei segni, anzi, mi sarebbe piaciuto addirittura fare tutto il disco precedente con siffatto linguaggio. Poi, come sempre, ogni tanto le idee non si riescono a mettere in piedi per vari motivi; questa volta, invece, ho trovato una bravissima insegnante di LIS che mi ha dato una mano. Io avevo una visione abbastanza estetica di tutto ciò, nel senso che mi piaceva l’idea di una lingua che si esprimesse con il corpo e con i gesti, però poi lei mi ha raccontato di più al riguardo e delle difficoltà. Ho conosciuto anche alcune persone che vivono questa condizione ed è stato quindi un viaggio molto forte.

Ho letto anche qualcosa del Coro Anni Dieci.
Sì, loro mi hanno dato un aiuto. Abbiamo scelto di fare un video che non avesse la presenza di persone televisibili, nel senso stretto del termine, ma mi interessava lavorare con della gente comune. Gli ultimi due anni li ho passati con questo coro, è stato una specie di esperimento sociale, di incontro con l’arte e con la musica in particolare, ma non solo. Un esperimento comunale, del comune di Pordenone, che mi aveva chiesto un’idea per mettere in moto un posto chiamato Deposito Giordani, che è un luogo dove si suona e che avrebbe però caratteristiche per fare anche altre cose.

Ho incontrato queste persone avendo un’idea ben precisa nella testa. Abbiamo portato avanti il laboratorio, durato appunto due anni, con persone dai diciotto ai cinquant’anni che si sono avvicinate. Non abbiamo fatto un reclutamento pirotecnico con manifesti dappertutto del tipo “Davide Toffolo, cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti, mette su un coro”. No, abbiamo tenuto un profilo molto basso, sono arrivate persone di formazioni molto diverse tra loro: poche con formazione musicale, però molte con una forte voglia di aggregazione.

In una città piccola, come può essere quella in cui vivete voi, le maschere sociali hanno ruoli ben fissi e trovare un posto come è stato quello lì, libero, in cui la gente poteva avere una sua crescita- diciamo così- tecnica, legata anche al teatro e alla musica, in una situazione completamente nuova, è stata un’esperienza e una chiave importante per il risultato di questo coro.

Il coro al momento non esiste più; hanno partecipato tantissimi artisti e a un certo punto il coro è divenuto il miglior uditorio che si potesse avere per un artista, infatti è venuto anche Gabrielli (sassofonista dei Calibro 35) per fare una lezione sulla musica- è partito da cos’è il pentagramma, passando poi per il liscio e altri generi, ed è stato veramente fortissimo. In tutto una decina di artisti sono passati, e il coro attualmente non ha più queste sovvenzioni comunali. Ad ogni modo, s’è ricostituito con il nome I Fantasmi: sono autogestiti, non hanno più nemmeno i maestri, perché di fondo la mia idea era quella di un coro senza direzione.

Una cosa che è stata difficilissima. (ride)
Difficile, però è stato anche entusiasmante, perché ha dato a tutti i coristi una responsabilità diversa, rispetto all’idea di stare assieme. A me personalmente non interessava che cantassero bene, mi premeva che facessero qualcosa insieme. Alla fine, comunque, cantano pure bene, perciò meglio.

Così s’è concluso il nostro incontro con Davide (roba breve ma intensa), che la sera stessa s’è esibito con i TARM salutandoci poi con abbracci da Yeti, disegni con dediche e sorrisoni indimenticabili.

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