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Un tributo a Chris Cornell, voce di una generazione

Ultimamente, in questa parte del mondo, le brutte notizie arrivano al mattino. Oggi, tra le prime informazioni che il nostro cervello si è trovato a codificare c’è stata la tragica notizia della morte di Chris Cornell. Voce dei Soundgarden, Audioslave, Temple of the Dog, leggenda del grunge, riferimento di un intero decennio e qualcosa di più.
È stato ritrovato senza vita a Detroit, nella sua camera d’albergo, proprio dopo un concerto dei suoi Soundgarden, band con cui ha scritto e definito le regole di un genere che ha sviscerato dalle sue radici la musica negli anni ’90. I figli di quell’epoca, oggi, numerosissimi, piangono la scomparsa di una vera e propria figura di riferimento, un artista e un uomo che se n’è andato giovanissimo, 52 anni, con un passato gigante e un futuro ancora in movimento.
Chris Cornell ha iniziato la sua carriera nel 1982, con l’embrionale progetto chiamato The Shemps per poi, nel 1984 dare vita ai Soundgarden, il cui nome venne preso da un’installazione artistica di Douglas Hollis chiamata, A Sound Garden. Un particolare gioco sonoro di interazioni tra il metallo e il vento. Dal 1988 in poi, anno che segna l’uscita di Supermega OK, primo full lenght album, la band di Seattle ha iniziato a imporsi come una delle realtà più significative e potenti in America, la voce e il timbro di Cornell il punto di forza.
L’inizio del nuovo decennio ha portato la nascita del termine grunge per caratterizzare il suono di alcune band come Nirvana, Alice in Chains, Pearl Jam e, ovviamente, Soundgarden. Chitarre distorte come mai prima di allora, grida e disperazione, spesso la droga come protagonista di alcune tristi vicende. Un vero e proprio movimento che ha legato una generazione di fan, di musicisti e che ha cambiato per sempre le regole della musica rock. Un terremoto. E tra le scosse più devastanti c’è stata sicuramente quella datata 1994 che porta il nome di “Superunknown”, il canto del cigno del grunge, con canzoni, oggi immortali, come Spoonman, Black Hole Sun e Fell on Black Days.
Ma oltre ai Soundgarden, Chris Cornell è stato la voce dei Temple Of The Dog, da lui fondati insieme ai Pearl Jam per ricordare l’amico musicista Andrew Wood dei Mother Love Bone. Un solo omonimo album, pietra miliare per gli amanti del grunge.
Gli anni 2000 hanno segnato un nuovo periodo per il cantante, dopo lo scioglimento dei Soundgarden, i progetti solisti e nel 2002, insieme agli strumentisti dei Rage Agains The Machine, gli Audioslave.
Una vita devota alla musica, quella stessa Dea che l’ha premiato alla nascita donandogli una delle migliori voci nella storia della musica.

Il suo ultimo album di inediti da solista risale a soli due anni fa, “Higher Truth”, un lavoro che risalta con la spontaneità della bellezza, il talento compositivo e la voce di Chris Cornell, incomparabile nel mondo del rock.

Chris Cornell era una vera forza della natura, un artista sincero, espressivo e mutevole. Capace di rappresentare un genere con la sua sola voce; perché quando cantava non c’erano spiegazioni migliori per definire cosa fosse realmente il rock.
Mi piacerebbe aggiungere una nota personale a questo piccolo e umile tributo. Ho avuto la fortuna di assistere al suo ultimo concerto a Roma. Il mio posto era in una posizione così laterale da essere quasi dietro il palco. Due ore di concerto senza neanche vedere il volto dell’artista per cui avevo pagato il biglietto. Ma nulla ha tolto alla mia percezione del concerto. Perché la sua voce era ovunque intorno a me. E così come quella sera, la sua voce oggi è stata ovunque.

Nota del redattore:
Una giornata iniziata male non poteva che finire peggio. È, infatti, arrivata la notizia che Chris Cornell non è morto di cause naturali, ma si è tolto la vita. Questa, la morte, un elemento che non ha mai smesso di circondare la vita del cantante. Perché la vita di quelli che un tempo erano i giovani degli anni ’90, la scena di Seattle, è stata un po’ maledetta da questo senso di sconfitta. Per molti è divenuto rabbia, per altri disperazione, quasi per tutti è stato lo spinta al movimento a fare qualcosa, nonostante tutto, della propria esistenza. Ma i giorni neri, quelli più oscuri, quelli della morte di Cobain, della morte di Staley, della morte di Wood, delle droghe, tornano sempre con una coriacea ciclicità. E può capitare che il successo, la felicità che spesso si pensa comporti, la famiglia, il tour, la musica, non siano sufficienti a reggere il peso di un passato che sembra scandito dai lutti, forse mai del tutto risolti.
A volte i giorni neri prendono una forma artistica e si trasformano in canzoni, altre volte rimangono tali.

 

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