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Tricarico: Dal padre al figlio

Alto, secco e cordiale, Francesco Tricarico incontra i giornalisti nella sede milanese dell’etichetta Edel, dirimpetto ai Navigli. L’appuntamento è in vista della pubblicazione di “Invulnerabile”, nuovo album coprodotto da Marco Guarnerio e in uscita il 2 aprile con dentro dieci tracce e una misteriosa ghost track. A un primo ascolto i presupposti musicali dell’artista non sembrano mutati, ma per ogni altra cosa conviene chiedere direttamente a lui.

Ciao Francesco e benvenuto su LoudVision. “Invulnerabile” è l’album che segue a “L’Imbarazzo”. Non arrossisci più?
Non penso di essere mai arrossito, per nulla. L’imbarazzo era più da impallidire, ma anche un momento di stasi, osservazione, domanda di fronte a una situazione di stallo. “Invulnerabile” è la ricerca di questa soluzione e soprattutto un augurio di diventare intoccabili rispetto agli agenti esterni e interni distruttivi. È un messaggio che invita ad avere pensieri costruttivi, pur sapendo che si rimane molto vulnerabili e fragili.

Ti va di contestualizzare la genesi del singolo “L’America”?
Stavo suonando la chitarra ed è uscito un riff e su questo ho cominciato a canticchiare «Non so se è meglio me / Non so se è peggio te / Solo quello che c’è / E non è l’America». Tutto molto casualmente, insomma. L’America certo è evocativa e crea tante immagini: Manhattan, la California, il far west, le opportunità, la ricerca della propria America, il successo. È un po’ la metafora del sogno e dell’illusione. Poi c’è la presa di coscienza: ho questo sogno ma vediamo cos’è che voglio fare per realizzarlo, mi appartiene o no? Ci sono diversi piani di lettura e la canzone si chiude com’è iniziata. È la presa di coscienza di quello che c’è, che forse è già tanto e bisognerebbe goderne gli attimi.

Con il singolo sembri riproporre ancora una volta i toni fanciulleschi che ti contraddistinguono, almeno in parte. È cambiato qualcosa in questo?
Non so se dire fanciullesco, nella canzone ci sono due persone che stanno giocando. Diciamo che se prima il mio punto di vista era quello del figlio, adesso è quello di padre: è cambiato il punto di vista attraverso il quale vedo le cose. Non posso più permettermi di pensare a una figura paterna. Con questo sono cambiate sia le dinamiche mentali che i tempi fisici.

Un esempio dalle nuove canzoni?
In “Il Tuo Coraggio” riflettevo sulle cose che non vanno come voglio e di cui non vedevo la ragione. Poi ho pensato che ero io a volere che andassero in una certo modo. Da qui la constatazione che la vita offre sempre un’altra possibilità, ricominciando quando sembra finita. Ma le cose si realizzano quando si dà un input: il sogno dice all’uomo che sta aspettando il momento in cui sia lui a volerne la realizzazione, ma si può anche continuare ad aspettare e c’è rispetto per questo. Questa è la completa responsabilità delle proprie scelte, è il crescere.

Nel disco sono presenti collaborazioni di altri musicisti, a livello di musica o testi?
Non in questo disco, ho scritto tutto io. Non ho sentito la necessità di chiedere ad amici o altre persone di scrivere materiale per me.

Ci sono alcuni nuovi brani a cui sei particolarmente legato?
Sono legato molto a “Le Conseguenze Dell’Ingenuità”. Vi si dice che a volte queste conseguenze sono sottovalutate: si agisce senza pensare di poter generare delle conseguenze negative nell’altra persona e poi magari la si ferisce, ingenuamente. La riflessione è allora su una persona come questa, con il feritore che a sua volta ci rimane male dopo essersi accorto di quello che ha fatto senza volere. Il primo dice al secondo di pensarlo comunque felice, di continuare a essere se stesso e che l’avergli ingenuamente fatto male non lo condizioni. È questo il dialogo che mi piace.

Ci sono artisti che non sopportano più il brano che li ha portati alla ribalta. All’interno di “Invulnerabile”, tu metti invece una reinterpretazione di “Io Sono Francesco”. Come mai?
Per via del nuovo papa! No scherzo… È un brano nato senza troppe riflessioni. Il giorno prima avevo suonato con Marco Guarnerio, chitarra e voce, ed è nata l’idea di riarrangiare quel pezzo, pur facendone una ghost track. Devo molto a questa canzone, non sarei qui senza di lei. Un musicista si augura che tutte le proprie canzoni abbiano una certa alchimia, “Io Sono Francesco” ce l’aveva. Mi piaceva poi l’idea di questo “fantasma” propiziatorio che aleggiava sul disco. Voglio bene a quel brano e non sono stanco di cantare, anzi.
[PAGEBREAK] Hai commentato online il festival di Sanremo 2013. Che ne pensi di quest’ultima edizione?
Onestamente, non ricordo una canzone. Tutti grandi professionisti, ma mi ha colpito “Il Postino” di Renzo Rubino: ho trovato lui tranquillo e spontaneo, secondo me è un grande artista. Per il resto il festival è stato come me l’aspettavo, senza nulla di sorprendente. A pensarci bene, forse c’è stato il cantante israeliano Asaf Avidan che mi ha emozionato.

Ti consideri un musicista maturo?
Boh, quando un frutto è maturo cade dall’albero o qualcuno lo mangia. Potrebbe essere una metafora: le mie canzoni piacciono perché sono come pesche mature, me lo auguro ma non spetta a me dirlo. Quello che a me piace è continuare a scrivere canzoni, mi stimola e non mi fa rimanere fermo. Scrivere richiede la ricerca delle idee e mi porta al movimento e alla voglia di vivere.

Qual è la formazione che ti seguirà dal vivo?
Il tour non è ancora programmato. In formazione ci saranno ancora Michele Fazio al pianoforte, Mao Granata alla batteria e Marco Guarnerio alla chitarra. Abbiamo già il bassista e stiamo lavorando per un secondo chitarrista.

Mai pensato alla colonna sonora di un film?
Parlando di cinema, recentemente mi è piaciuto molto “Paradiso Amaro” perché mi dava tranquillità. Poi c’è “This Must Be The Place” di Paolo Sorrentino, un grande regista. Ho lavorato con Pieraccioni per “Ti Amo In Tutte Le Lingue Del Mondo”, ma si trattava di mie canzoni già scritte, non di una colonna sonora. Per ora non ci penso seriamente, anche se tutte le cose nuove sono bene accolte perché mettono alla prova.

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