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Trieste FIlm Festival 2009: Oi! Oi! Oi!

Al Trieste Film Festival 2009 si indossano anfibi e chiodo e ci si alza la cresta: è tempo di punk, grazie a due documentari che appartengono a questo difficile mondo e che testimoniano la vita della musica sotto e sopra al palco, tra l’anonimato e la gloria.

Nessun colore oltre al bianco della desolazione e al nero della riflessione, vite bicolor quelli dei ragazzi punk di “The Boot Factory” (2000), che tra uno stivale e una birra consumano la loro esistenza nel lavoro e negli ideali che li uniscono.
Riprese amatoriali al limite della nausea, tra pixel giganteschi, immagini grezze e zoomate fastidiose su particolari a caso: una scelta di regia adeguata sia all’argomento trattato sia agli ambienti nei quali le vite e le esperienze narrate si sviluppano.

Tagli di cuoio e capelli rasati a zero, i passi si fanno rumorosi per strada prima di raggiungere la fabbrica; la musica si assapora solo alla radio e durante le feste punk organizzate tra pochi e cari amici, dove il tasso alcoolico rasenta l’impensabile e si canta in compagnia strimpellando una chitarra e improvvisando mosh a due.
Esistenze difficili, stemperate nella miseria, di chi non perde la forza d’animo e tutto sommato si rivela un bravo ragazzo, attento ai bisogni di tutti e in grado di prendersi cura degli affetti, ma anche vite allo sbando dove nessuna provvidenza è presente e dove le tentazioni tra gli aghi sono alte e forti; il film mette in scena musica e sogni in bianco e nero, dal sapore stantio e di sudore che prendono il colore di ombre e la forma di mani sporche.

E dall’incubo si passa alla gloria, vissuta a pieno dalla pop-punk band dei Pankrti, come viene raccontato nel documentario “Glasba Je Casovna Umetnost, LP Film Pankrti – Dolgcajt” (2006).
Il film mostra come certe subculture fossero in pericolo di estinzione in certi paesi e sotto particolari regimi e come non vi fossero barriere contro la forza rivoluzionaria del popolo; i Pankrti sono stati la prima band del genere, nella Jugoslavia degli anni ’70 e ’80, in grado di abbattere ogni limite sonoro e sociale abbracciando i tumulti che l’Occidente stava imponendo violentemente all’interno del mondo socialista di quel periodo.
Sbobinando innumerevoli quantitativi di materiale, un fan, Marin Rosic, cerca di tracciare la storia dalla nascita all’ascesa di questo gruppo, a partire dal loro primo album “Dolgcajt”.

Mescolando suoni provenienti dal rock, apparenza punk e testi popolari, il percorso dei Pankrti è stato lungo e difficile: dagli inizi nei centri studio di Gorica, quando le finanze erano nulle, fino alla libertà conquistata con la morte di Tito, il gruppo è riuscito gradualmente ad attirare attenzioni dal mondo limitrofo, che fino a quel momento aveva potuto offrire modelli senza però poter accogliere le nuove figure emergenti.
Punk e ragazzi, musica e vita, c’è chi rispecchia geneticamente il messaggio di fratellanza e ribellione e chi diviene il portavoce di coloro che vivono nell’ombra, tutto per un unico urlo:

Oi! Oi! Oi!

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