Home > Recensioni > Tripod: Tripod
  • Tripod: Tripod

    Tripod

    Loudvision:
    Lettori:

Tra prog e follia, le chitarre non servono

Immaginate di essere un discografico e di vedervi arrivare un giorno tre ragazzotti che vi propongono un disco di hard rock fatto senza chitarre o tastiere. Cosa fareste? Probabilmente li caccereste pensando che sono dei poveri pazzi. I Tripod invece, qualcuno che li ha ascoltati lo hanno trovato. Niente chitarre dunque, solo una sezione ritmica composta dalle percussioni di Steve Romano e dal basso a 12 corde di Clint Bahr (anche cantante e autore della maggiore parte dei brani) e un uso smodato di fiati (sax tenore e alto, clarinetto e flauto) nelle mani di Keith Gurland. Il risultato è molto contraddittorio. L’esperimento è coraggioso e come tale affascinante ma almeno da un lato il fallimento è palese: quasi mai il suono riesce ad avvicinarsi a quello che vorrebbe, ovvero il rock. Tutt’al più ci si trova troviamo di fronte a una formazione anomala che indurisce con una sezione ritmica oltremodo pesante un disco di free jazz. I brani soffrono di un senso di incompiutezza, probabilmente figlia proprio della mancanza di alcuni strumenti che è difficile surrogare con altri. Ciononostante l’album non manca di aggressività: l’uso del sax fatto da Keith Gurland, straniante e “antimelodico”, si cala perfettamente nella situazione, ma non fa altro che evidenziare la mancanza di un tappeto sonoro che leghi il tutto. Tra gli episodi più riusciti quelli che afferrano una melodia, come “No Diamond Cries”, “World Of Surprise”, l’onirica “Smoke And Mirrors” o la multiforme “Conversation Drag”. Un discorso a parte meriterebbe l’artwork della copertina, tra i più brutti della storia, e che non invoglia certo all’acquisto di un disco già di per sé “difficile”.

Scroll To Top