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National Geographic presenta

L’album di cui si andrà a parlare ha qualche peculiarità, che si sappia: innanzitutto scegliere di aprirlo con una traccia di quasi tredici minuti che offre ripetitivi rumori marittimi non è d’uso comune. Nemmeno se stiamo parlando di black-ambient.

Se vi diciamo che alle spalle del progetto si nasconde Aran dei Lunar Aurora forse vi sembrerà tutto meno assurdo, ma questo non lo salverà da una sonora tirata d’orecchi. Infatti, fosse finita qui sarebbe un buon album con un esagerato intro… invece questo lato ambientale, che sembra una puntata di qualche documentario, non accenna a desistere. Possiamo anzi dire che in tutto l’album si possono contare solamente tre canzoni effettive, intervallate ognuna da una lunga traccia rumoristica: insomma, sia chiaro, non basta aggiungere due note all’audio di un film per renderlo una canzone.

Se dovessimo prendere in esame le vere e proprie tracce musicali potremmo trovare qualcosa di piacevolmente ascoltabile nella solitudine di un giorno di pioggia, ma si tratta di buonissime idee prese e tirate fino ai limiti del possibile con una certa monotonia: una buona minestra allungata, nonostante in questo genere la ripetitività non sia da biasimare.
Così, se per qualcuno questo sarà un capolavoro oppressivo e nichilistico, per altri non avrà più valore di venti minuti di National Geographic.

Quando un album contiene svariati minuti di onde che si increspano, oscuri rumori, voci roche narranti, uccellini che cinguettano, è naturale porsi qualche domanda: ho per caso scambiato il CD con quello “Allevia lo stress”? Tutto ciò ha un qualche messaggio profondo? Quanto manca alla musica? Difficile appassionarsi a quest’album, a meno che non vi divertiate un mondo a schiacciare il tasto skip.

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