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Trottoline amorose

Christopher Nolan è un dandy che gira i film d’azione. Christopher Nolan, se stai andando malino, ti dice «non importa», ti dà una pacca sulla spalla e, una volta ripetuta la scena, alla peggio gli esce una cosa così.
Non è un errore ritenere “Inception” una summa del cinema di Nolan fino ad oggi: vuoi per l’ossessione per il sogno e la persistenza del ricordo, vuoi per l’uso del cinema come mezzo per creare mondi psicologici e fisici distantissimi, vuoi per ESPLOSIONI FORMIDABILI, “Inception” è tutto ciò che il cinema di Nolan era stato fino ad ora, con in più un mucchio di completi eleganti.
Nel corso dell’ultimo decennio, il regista inglese è andato incontro a un inarrestabile processo di arricchimento. Anziché rimanere a casa a grattarsi tra i suoi ori, Nolan ha deciso di impiegare le proprie risorse in cast estesissimi, location invidiabili, effetti speciali solo quando strettamente necessario, movimenti di macchina maestosi e, quando meno ce lo si aspetta, contenuto. Questo è un investimento che gli consentirà di diventare il padre del CINEMA DEL FUTURO.

È ovvio che in “Inception” faccia il virtuoso, si compiaccia oltremodo della sua gestione delle inquadrature, dell’azione, degli attori. D’altra parte, con un materiale di partenza come quello del film, sarebbe stupido comportarsi diversamente.
Nolan è in grado, come pochissimi altri suoi coetanei, di trovare l’equilibrio tra puro intrattenimento visivo e una solida base di intenso arrovellamento mentale. In pratica, convoglia nello stesso film una struttura chiusa per definizione (come lo è quella del film d’azione) e una struttura aperta, quella dell’orizzonte onirico. Che, come si sa, è sempre andato a braccetto con il cinema.

Nel modellare queste apparizioni (montate magistralmente e sempre spiegabili, nell’universo del film, il che evita la lynchiata autocompiaciuta), Nolan forgia un immaginario nuovo di zecca. E sembrerà una sovrainterpretazione superficialona, ma il film stesso diventa un sogno collettivo, e l’accesso ai suoi vari livelli avviene simultaneamente tra protagonisti e spettatori.

Ma parliamo di cose serie: si potrebbe urlare di gioia per ore ricordando la Scena del Treno (di cui non spoileriamo altro) o discutendo dell’inutilità tronfia di completi da sci e fucili in tinta con la neve. O parlando della prova attoriale di tutti, con Di Caprio (un tale che, da “Titanic” in poi, ha cercato di redimersi recitando benissimo in qualsiasi film) che praticamente scompare. C’è Joseph Gordon-Levitt che fa i rimbalzoni, c’è Ellen Page che quasi non recita nel ruolo dell’ignobile fantasma di se stessa, c’è Tom Hardy con un bell’accento inglese. Ma persino il doppiaggio – con Ken Watanabe doppiato da un giapponese vero e non da un italiano che finge di essere un giapponese – è piuttosto fedele alla versione originale.
Per dirne un’altra, “Inception” non è uno di quei film autosufficienti che vanno rivisti per il gusto di rivederli, “Inception” svela un nuovo strato ad ogni re-visione. Per maturare una coscienza critica obiettiva, è necessario rivederlo tra le 750 e le 800 volte. Ecco il regista più amato dai gestori di cinema.
Grazie, Christopher Nolan, ci vediamo a Batman 3.

IL GRANDE “NOTA BENE” TECNICO: Per ridurre al minimo gli effetti speciali, la scena della lotta in corridoio è stata girata in un effettivo corridoio rotante lungo più o meno 35 metri. Senza stunt. Lo stesso vale per gli interni del furgone in caduta libera. Ora parlate ancora “benino” del film.

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