Home > Recensioni > Tsili

Amos Gitai è ormai un regista di maniera. Una maniera spesso interessante, mai banale, ma calcolata al millesimo. Dopo l’unico piano sequenza di “Ana Arabia” in concorso l’anno passato, torna quest’anno fuori competizione con “Tsili“, altra sperimentazione linguistica con pochissima sostanza narrativa (non che questo rappresenti per forza un problema, comunque). E dopo la possibile integrazione tra israeliani e palestinesi sognata e messa in atto dal fulgido esempio di Ana, questa volta torna a parlare del SUO popolo, delle vessazioni, delle persecuzioni subite, trovando una chiave simbolica nuova, suggerita e non ostentata.

Anni ’40. Tsili, una giovane donna ebrea, si nasconde in una foresta nei dintorni di Černivci. Tutta la sua famiglia è stata deportata nei campi di concentramento. Con l’istinto di un animale, si costruisce un nido e sopravvive, senza fare rumore, in una zona dove infuriano i combattimenti. Tsili ha un leggero ritardo mentale, non è al passo con gli avvenimenti che accadono intorno a lei. In fuga dalle crudeltà che si consumano a valle, ha trovato rifugio nella natura. Un giorno, Marek scopre il suo nido: l’uomo le parla in yiddish e scopre così che anche Tsili è ebrea, come lui. Si stabilisce con lei nel suo nido: poi, un giorno, scende al villaggio per prendere del cibo, ma non fa più ritorno.La guerra è finita e Tsili si mette in cammino. Su una spiaggia, poi in un ospedale, incontra dei sopravvissuti ai campi di concentramento, che attendono una nave che li porterà verso un’altra terra.

Degli uccelli senza ali, costretti a migrare non al sopravvenire delle stagioni, ma delle guerre. E’ questa la chiave con cui Gitai ci presenta i suoi (non) personaggi, con il ritorno agli istinti primari per cercare di sopravvivere, contro tutti e tutti, almeno fino alla prossima primavera. In poco meno di un’ora e mezza riesce a disarticolare il suo film in diverse parti ben distinte, alcuno molto riuscite, altre meno. La danza sul nero pre-titoli di testa è bellissima, il tema musicale portante di Alex Claude anche di più. I filmati di repertorio finali e la camera fissa sul popolo ebraico in movimento rappresentano, ormai, pura retorica cinematografica. E’ un film che Gitai ormai dirige con il pilota automatico, ma un’ora e mezza del vostro tempo la merita sempre.

 

Pro

Contro

Scroll To Top