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Tutti gli illeciti

Facebook, il social network del momento, può essere una fucina di illeciti, tutti apparentemente legalizzati sol perché vi viene dato spazio. Ma attenzione a saper distinguere ciò che si può fare in termini fattuali, da ciò che può essere fatto in termini legali.

Problema n. 1: la violazione del diritto d’Autore.
Inserire link a video pubblicati su youtube (a cui solo la casa discografica aveva concesso la licenza di pubblicazione) o registrazioni strappate a concerti o altre rappresentazioni è una condotta illecita, che viola il diritto d’autore.

Soluzione: prima di inserire un video, assicuratevi di avere la disponibilità dei diritti di riproduzione.

Problema n. 2: la violazione della privacy.
Inserire una foto con un gruppo di amici e “taggarli” può essere una palese violazione alla riservatezza di ciascuno di essi. Al di là, infatti, del mero interesse estetico a non vedersi pubblicati in una foto mal scattata, la circostanza potrebbe comportare anche problemi con la moglie/marito, il datore di lavoro, il partner, i genitori, gli insegnanti.
Si pensi a Tizio, fotografato in sfondo mentre fuma una sigaretta, il cui vizio ha voluto occultare ai propri genitori. O a Caio, ritratto mentre bacia Caia, della quale non ha mai voluto raccontare nulla alla sua attuale compagna.

Soluzione: Prima di pubblicare una foto, bisognerebbe sempre raccogliere il consenso di tutte le persone ivi ritratte. E, comunque, ricordate che ogni soggetto interessato ha il diritto di imporvi la cancellazione della foto dal vostro profilo.

Ma si pensi anche agli astuti modi di raccolta delle informazioni degli utenti. Un esempio sarà molto più agevole. Tutti sappiamo che l’email è diventato un bene oggetto di scambio (pochi kilobites di email ricevono un corrispettivo monetario dalle aziende che intendono, attraverso lo spam, farsi pubblicità). Quando l’utente di Facebook accetta di aderire ad un gruppo, di diventare fan di un cantante, di consentire l’accesso di un test o di un altro gioco, accetta anche che soggetti sconosciuti (i creatori del gruppo, per esempio), accedano ai suoi gusti ed ai suoi dati, ivi compresa l’email, esponendosi al rischio di una continua violazione della privacy.
Non possiamo infatti escludere che tutte queste “simpatiche” iniziative nascondano proprio un sistema di raccolta delle altrui informazioni.

Soluzione: non accettare mai l’adesione a gruppi o giochi di cui non si è certi della provenienza.

Sembra inoltre che, anche volendo cancellare il proprio profilo, le informazioni raccolte da Facebook rimangano sempre in una banca dati.

Soluzione: ricordate sempre che, all’atto della chiusura del vostro account, potrete sempre chiedere – con raccomandata a.r. – la cancellazione di ogni elemento inerente la vostra persona dalla banca dati in possesso del fornitore del servizio. Solo così potrete assicurarvi anche il buon esito di un’azione legale.

Problema n. 3: apologia di reato.
Tizio crea un account in cui inneggia alla discriminazione razziale, si correda di svastiche e di inni alla rivolta armata. Tizio commette un palese illecito che, non solo perché posto nell’etere e non rivolto ad un pubblico materiale, non riceve punizione!
Il parlamentare tedesco Martin Schulz ha denunciato la presenza di numerosi gruppi italiani a tema razzista che giacciono indisturbati all’interno del sito internet (alcuni esempi: “Utilizziamo gli zingari come collaudatori di camere a gas”, “Vorrei Hitler fosse ancora vivo”, “Riapriamo i forni crematori”, “Convertiamo gli zingari in benzina”). Ogni gruppo conta minimo cento o duecento iscritti.

Soluzione: ricordate che Facebook non è una zona franca. Pertanto, ponete sempre attenzione a ciò che dite!
[PAGEBREAK] Problema n. 4: il turpiloquio e la diffamazione.
Non si può usare Facebook per scrivere volgarità o parolacce. Tantomeno per dire male della gente. Per esempio: si sa di alcuni alunni che hanno creato un gruppo di discussione su un professore, dicendone le cose più oscene e inverosimili. Questo comportamento integra il reato di diffamazione.

Soluzione: Facebook funziona come una comunità reale. Comportatevi come se foste in una pubblica piazza.

Probema n. 5: furto d’identità.
L’esperienza conosce casi di un datore di lavoro la cui identità è stata “clonata” da anonimi utenti di Facebook (che ne hanno anche usato la fotografia per completare il profilo utente), al fine di metterlo alla berlina, attribuirgli abitudini sessuali particolari o comportamenti di dubbia moralità.

Soluzione: non si possono creare account per conto di soggetti diversi dalla propria persona.

Problema n. 6: il peculato e la responsabilità del lavoratore.
Come abbiamo avuto modo di trattare in una precedente puntata di questa rivista, è interdetto al lavoratore privato o pubblico di distrarsi dal proprio lavoro per chattare su Facebook. Se tale condotta viene posta in essere da un pubblico dipendente, la Cassazione ha ritenuto che tale fattispecie integri gli estremi del reato di peculato.

Soluzione: Il solo fatto che nella versione italiana di Messanger non sia previsto, tra i vari stati, quello “al lavoro” (presente invece quello “a pranzo” e, forse in un futuro, “pausa caffè“), non legittima la pratica di chattare durante l’orario lavorativo.

Problema n. 7: la responsabilità oggettiva.
Ricordiamo che, di tali condotte appena elencate, se poste in essere da un minore, rispondono i genitori, se non provano di non aver potuto impedire il fatto.

Soluzione: i genitori dovrebbero avere sempre le chiavi di accesso del profilo utente del minore, al fine di controllarne sempre l’attività.

Recentemente, sul problema dell’uso arbitrario di fotografie su Facebook, è intervenuto il Garate della Privacy, dietro le segnalazioni di due cittadini la cui fotografia tratta da Facebook era stata publicata da alcuni quotidiani a causa di una omonimia.
In particolare, l’autorità ha vietato alle testate in questione (due locali e tre nazionali) di diffondere ulteriormente le fotografie dei segnalanti imponendo anche “la cancellazione delle immagini dal sito web e dall’archivio storico on-line di uno dei quotidiani interessati che – dopo aver informato seppur tardivamente i lettori dello sbaglio commesso – continuava a rendere comunque accessibile da Internet la fotografia pubblicata per errore”.

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