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Tutto il mondo è prigione

Villa degli Autori, sabato mattina. Il vento è talmente forte che solleva le tovaglie dai tavoli. Davanti a noi, in maglietta Vespa e jeans, è seduto Daniel Manzòn, regista di “Celda 211″.

Durante la presentazione del film alla giornata degli Autori hai detto che “Celda 211″ è stato ispirato da un libro, quale?
È un libro di Francisco Perez Gandul che non è stato tradotto all’estero. Il titolo è lo stesso, l’ho letto in una notte e me ne sono innamorato. La situazione di partenza e gli snodi principali sono uguali, ma la fine è molto diversa: ho cambiato i dialoghi e ho eliminato le anticipazioni per creare più tensione. Il risultato è un film parecchio diverso dal libro, ma Francisco l’ha visto e gli è piaciuto molto.

Colpisce il realismo del film, non c’è nulla di esagerato…
Assolutamente. La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di eliminare tutto ciò che potesse sembrare finto: abbiamo visitato le carceri, intervistato i detenuti, abbiamo cercato la forma del documentario. Non avrebbe avuto senso fare l’ennesimo film di genere in stile americano, quella che ci interessava raccontare era la storia di Juan.

Hai anche detto che la prigione può essere considerata come un condensato del mondo esterno, una sorta di mp3 della società: lo puoi spiegare meglio?
È così, nel carcere c’è tutto: il leader, il ribelle, il traditore, ci sono i litigi, le amicizie. Una cosa importante, di cui mi sono reso conto visitando le prigioni, è la scarsa considerazione che il mondo ha per i detenuti: sono qualcosa di scomodo, da nascondere dietro a spesse mura. In realtà c’è gente molto più pericolosa di loro che ha abbastanza soldi per comprarsi la libertà.

È una specie di scala sociale: in basso stanno i detenuti, un po’ più su le guardie, quindi il direttore fino al governo ecc… ma chi è all’apice? Sono i media che controllano tutto?
Eh si, bella domanda! I secondini mi hanno raccontato che il modo migliore per evitare disordini tra i detenuti è quello di piazzare un grande televisore in prigione: stanno tranquilli come bambini. A parte questo, è vero, è una scala sociale. Ciascun livello aspetta ordini da quello superiore, è incapace di agire in modo autonomo. Il problema è che molto spesso questi ordini non arrivano mai, è un’attesa assurda e infinita.

Al centro del film c’è lo stravolgimento che subisce la vita di Juan nel giro di trenta ore. Credi che cambiamenti del genere siano frutto di precise scelte morali o della contingenza?
Noi crediamo di essere bravi e felici per merito delle scelte che abbiamo compiuto, ma la verità è diversa: siamo così in base a ciò che ci succede. Juan, perdendo tutto, scopre una nuova parte di sé, più crudele, istintiva; Malamadre compie un percorso analogo ma inverso. È un viaggio nel cambiamento, una scoperta progressiva di sé che avviene non per scelta, ma per contingenza.

Juan è aiutato dalla sua cultura a farsi strada nella prigione. Hai avuto l’impressione che il potere approfitti dell’ignoranza dei detenuti per non avere troppi problemi?
Certo, Juan emerge tra i detenuti perché sa scrivere, perché sa parlare, perché per lui si tratta di una questione di vita o di morte. Proprio per questo piace così tanto a Malamadre, che, al contrario, è arrabbiato e spietato, ma anche ingenuo. Se consideriamo il film come una parabola del mondo, il fatto di non avere strumenti per migliorare la propria condizione è una grave mancanza che spesso qualcuno sfrutta.

Il protagonista, Alberto Ammann, è alla sua prima esperienza cinematografica; è un attore di teatro?

No, è incredibile ma la sua unica esperienza precedente è stata una piccola parte nell’episodio pilota di un telefilm. È assolutamente naturale, sembra nato per recitare, dalla prima ripresa ho capito che sarebbe stato perfetto. Ha la capacità d’apparire credibile sia come bravo ragazzo che come violento.

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