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    Tweak Bird

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Penna Nera, bambino indiano

Lo hanno già detto in duecento, ma vale la pena ripeterlo: la copertina dice tutto. Gente hipster travestita da Devendra Banhart? Check. Pianure assolate verosimilmente del Midwest? Check. Uno potrebbe dire: «manca solo Dennis Hopper».

I fratelli Bird esordiscono con un primo full-length che è a tutti gli effetti un’autodescrizione minuziosa: i Tweak Bird ci tengono a dire chi sono, e lo fanno srotolando inserti jazz, vocette nasali, code psichedeliche e chitarre stoner con una potenza sorprendente per un duo di gente tutto sommato gracilina.

Alla produzione, Dale Crover dei Melvins e Toshi Kasai dei Big Business.

Se è vero che la soluzione musicale ottiene come effetto quello che normalmente viene chiamato spaccare i culi, è altrettanto vero che quell’apertura fragorosa di chitarre promette più di quanto l’album riesca effettivamente a realizzare. E si sta parlando di un album che, comunque, ha uno dei migliori attacchi della storia dei gruppi con foto vintage autocelebrative.

Insomma, sì, ascoltando “Tweak Bird” si fa incessantemente su e giù con la testa. Ma non fino a perdere conoscenza. E un po’ è quello che speravamo ci provocasse.

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Contro

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