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Twelfth Night: Take a look!

Li abbiamo amati negli anni ’80, li abbiamo persi di vista negli anni’90, li ritroviamo nel terzo millennio con una nuova formazione, un nuovo album ed un milione di cose da dire, e non solo in senso strettamente musicale. Sono i Twelfth Night, perla rara del progressive inglese e cult band a tutto tondo, di cui abbiamo incontrato per voi il batterista e nume tutelare Brian Devoil, che con l’aiuto del cantante Andy Sears e del biografo/archivista ufficiale Mark Hughes si è sottoposto di buon grado alle nostre domande.

Vogliamo iniziare parlando di questa più che benvenuta reunion?
BRIAN DEVOIL: La reunion è avvenuta semplicemente perché abbiamo ritenuto che fosse arrivato il momento giusto per tornare a suonare insieme. Per quanto fortemente legati al nostro passato, alla musica che abbiamo prodotto ed ai risultati che abbiamo ottenuto, fino ad oggi nessuno di noi era mai stato nella posizione di poter dedicare il tempo necessario a rendere operativa una band, organizzare concerti, fare le prove e cose del genere.
Abbiamo tutti una famiglia ed una carriera da seguire, e come potrai immaginare non è che gli anni’80 ci abbiano portato chissà quali ricchezze. Comunque, possiamo dire che la situazione si è smossa quando Clive è tornato dall’Australia dove viveva, e ha manifestato il desiderio di suonare, magari per qualche data senza troppe pretese. È stato in quel momento che ci siamo chiesti se fosse possibile farlo come fossimo una vera band. Devo dire che non c’è voluto molto a realizzare che eravamo ancora in grado di suonare…anche se per concretizzare tutto ciò abbiamo dovuto passare davvero parecchio tempo in sala per ritrovare le giuste sincronie.

Non vi siete solo riuniti, vi siete anche espansi aggiungendo un elemento alla vostra classica line-up da 5 persone. Come siete arrivati a questa decisione, che immagino che vi consenta di rileggere muscialmente il vostro repertorio?
BD:
Portare la line-up da 5 a 6 componenti ci ha consentito di riprendere in mano tutti quei brani che abitualmente suonavamo durante i concerti del 2007 e del 2008, e di aggiungerne altri che invece non erano inclusi in scaletta. In particolare volevamo introdurre alcuni brani da “Twelfth Night” (l’album che uscì nel 1986 per la Virgin Records), e soprattutto riproporre “The Collector”, che è uno dei nostri pezzi più popolari e richiesti, ma anche uno dei più lunghi e complessi da suonare dal vivo. Una volta stabilito quella che sarebbe stata la scaletta da proporre live, Clive si è concentrato sull’analisi di ogni singolo brano, e di stabilire chi dovesse suonare cosa.
A proposito, sul DVD di “MMX” c’è un’extra dedicato proprio a questa attività. Il fatto di poter contare su tre polistrumentisti ci ha soprattutto permesso di suonare quei brani proprio come erano stati concepiti (e registrati) in origine. Per esempio, in una sezione di “Creepshow” ci sono due bassi che suonano contemporaneamente. In altri brani puoi trovare due parti di lead-guitar oppure due tastiere… anzi, per dire la verità da qualche parte di tastiere che suonano contemporaneamente ce ne sono tre! Per alcuni brani (come “Take A Look” e “The Craft”) abbiamo provato diversi arrangiamenti prima di definire quello più adatto. Tra le altre cose, abbiamo potuto riservare ad Andy (Sears, il cantante) un suo spot in cui suona, da solo, quel bellissimo pezzo che è “First New Day”.

ANDY SEARS: Non appena abbiamo saputo che il buon Rev non avrebbe potuto essere dei nostri per i concerti del 2010, ci siamo dovuti muovere immediatamente vista l’imminenza di alcune date. Io ho suggerito fin da subito Roy e Dean come la scelta più naturale da farsi, visti i rapporti che si sono instaurati tra i XII Night e la loro band, i Galahad, che tra l’altro aveva realizzato una nostra cover per “Mannerism”, l’album di tributo a Geoff Mann. Ho fatto qualche telefonata, riscontrando l’immediato entusiasmo di Dean nei confronti di questo progetto. Per dirla tutta, il buon Roy si sentiva un po’ imbarazzato nel ricoprire il ruolo di Andy Revell, che è uno dei suoi chitarristi preferiti.

BD: Quando abbiamo deciso di portare a 6 gli elementi della band quelli di Roy e Dean sono stati i primi nomi che ci sono venuti in mente (e magari un giorno ti diremo anche quali erano gli altri). Ma all’entusiasmo di Dean non corrispondeva quello di Roy, per i motivi che citava Andy. C’è voluto un po’ per convincerlo. Come segno di ringraziamento per l’aiuto che ci stanno dando, sono riuscito ad ottenere che i Galahad suonassero prima di noi al festival “Night Of The Prog” di Loreley lo scorso settembre. Così Roy e Dean si sono trovati a suonare per due band diverse nell’ambito della stessa serata.

Possiamo sapere come mai Andy non è al vostro fianco?
BD: Purtroppo Andy non ha potuto suonare con noi per motivi personali. Al di fuori della musica, Andy è un affermato professionista che dirige le sue compagnie e nonostante ci abbia provato in tutti i modi, non gli è stato possibile liberarsi dagli impegni extra-musicali per potersi unire alla band e partecipare alle prove ed ai concerti. Non c’è alcun tipo di problema tra noi, tanto meno le classiche “differenze di vedute musicali” che spesso si citano in questi casi, il che significa che non escludiamo affatto che prima o poi torni a suonare con i Twelfth Night.

State registrando interesse da parte di qualche etichetta discografica?
BD:
Sebbene “MMX” sia a tutti gli effetti un autoproduzione, stiamo progressivamente rendendo nuovamente disponibili tutti i nostri vecchi album in una versione che abbiamo chiamato “Definitive Edition” grazie al supporto di una label – la Festival Music. Diciamo che se qualcuno tipo, che so, la Universal, si facesse avanti con un’offerta che non potremmo rifiutare…beh, anche in quel caso comunque acconsentiremmo solo a fronte di un sostanzioso anticipo. Il che è, per così dire, altamente improbabile.
[PAGEBREAK] Quanta importanza riveste internet per una band come la vostra?
BD: È a dir poco fondamentale per mantenere il contatto con i fan. Possiamo far circolare informazioni in tutto il mondo, in tempo reale. E nelle nostre newsletter possiamo inserire quello che vogliamo. Un altro aspetto importante è legato al fatto che in diverse nazioni e città non abbiamo fan a sufficienza per organiizare date o tour, ma avere dei fan attivi in quei posti ci permette di veicolare, per esempio, la disponibilità dei nostri dischi. Infine, siamo in procinto di rendere disponibile tutta la nostra musica in formato digitale.

MARK HUGHES: Assolutamente imprescindibile, senza internet non sarebbe stato possibile far sapere alla gente che la band si è riformata, e che sono disponibili le ristampe e quanto altro. Una volta potevi contare sulle fanzine, mentre oggi la stampa mainstream non assolutamente interessata a parlare di una band come i XII Night. Ci riteniamo molto fortunati per avere tra i nostri fan gente dotata di talento, come ad esempio Jerry Van Kooten che ha creato e mantiene il nostro sito web. È grazie a persone come lui se il nome dei Twelfth Night ha continuato a circolare.

Che riscontri sta ottenendo “MMX”?
BD: Penso di poter dire che siamo tutti molto soddisfatti di “MMX”, specialmente Clive. Le recensioni sono state molto positive sia per la versione in cd che per quella in dvd. Entrambe stanno vendendo bene, anche grazie all’aiuto di alcuni distributori europei.

Che dite, oltre ai vecchi classici pensate che i vostri fan possano sperare di ascoltare presto anche del materiale nuovo?
AS: Come si suol dire… mai dire mai! Io per esempio sto lavorando sul mio disco solista, che se tutto va bene dovrebbe presto vedere la luce.

BD: Spero proprio che nel prossimo futuro si possa parlare di nuova musica dei Twelfth Night, sebbene al momento non riesco nemmeno ad immaginare quale forma possa prendere. Ora come ora, sto ancora aspettando che Andy mi chieda di suonare sul suo disco solista.

Qualche vostro collega farebbe carte false per scrollarsi di dosso l’etichetta “progressive” che si porta dietro. A me sembra che voi ci conviviate senza particolari problemi.
BD: Questo non mi crea alcun problema, dal momento che l’aggettivo “progressive” descrive band come la nostra, che cercano di percorrere sempre nuove strade musicali. Ho qualche problema in più con alcuni nostri colleghi dell’epoca, che assomigliavano davvero troppo ai grandi gruppi classici del prog come i Genesis o i Camel. In ogni caso, dopo 30 anni posso tranquillamente convivere con un’etichetta che tutto sommato ci calza bene.

AS: Per niente! La musica è musica, al limite può piacere o non piacere. Solo perché è etichettata “progressive” non è che ti debba piacere per forza, o ti debba per forza far schifo. Fintanto che la gente ci apprezza per quelli che siamo, dell’etichetta non ci potrebbe importare di meno.

A proposito del movimento neo-prog che vi ha visto protagonisti negli ’80, in che rapporti eravate con le altre band che insieme a voi facevano parte di quale scena?
BD: Come puoi immaginare, eravamo in contatto con tutte quelle band, visto che bene o male suonavamo tutti negli stessi luoghi e negli stessi locali, come ad esempio il Marquee di Londra. Con molte di esse condividavamo anche l’addetto stampa, un personaggio che si chiamava Keith Goodwin. I Marillion per esempio erano di Aylesbury, noi di Reading e meno di 50 miglia ci separavano, quindi davvero suonavamo entrambi negli stessi locali e negli stessi pub. Mai contemporaneamente, però!

MH: C’erano ottimi rapporti tra queste band che suonavano abitualmente al Marquee di Wardour Street, ed ai concerti finivi inevitabilmente per imbatterti nei membri degli altri gruppi. A proposito, vorrei puntualizzare che all’epoca non lo si definiva “neo-prog”, quella era una definizione volgare arrivata dall’America che comparve ben più tardi, quando oramai il Marquee aveva già chiuso i battenti.

BD: Noi per esempio non abbiamo mai suonato insieme ai Marillion, ma abbiamo fatto diverse date con i Pallas ed gli IQ. Mi ricordo un concerto memorabile in un locale a sud di Londra, The Venue, con i Pendragon ed altre due band del giro, mi pare fossero i Solstice e i Dagaband.
Non c’è mai stata competizione vera e propria tra noi, anzi, spesso ciascuna band finiva per assistere ai concerti delle altre. E quando il movimento inziò a prendere quota, il pubblico formò una sorta di comunità di volti familiari che frequentava tutti i concerti, di tutte le band. E quindi, anche se con qualche gruppo non avevi stretto un vero rapporto di amicizia, finivi per sapere sempre tutto di tutti grazie al passaparola e alle conversazioni con i fan. Non dimentichiamo poi il ruolo delle fanzine specializzate, all’epoca ce n’erano davvero parecchie.

Sapete, all’epoca anche io gestivo una fanzine, tramite la quale entrai in contatto con Geoff Mann, una persona squisita che credo manchi a tutti. Quali sono i vostri ricordi di Geoff?
BD
: Con il tempo i ricordi sbiadiscono e qualche volta vengono rimpiazzati da una loro verisone a tinte rosa…ma i miei ricordi di Geoff rimangono molto forti, nonostante fossimo su posizioni diametralmente opposte sul versante artistico/commerciale della band. A Geoff interessava molto di pià l’aspetto artistico della musica, molto meno quello del suo sfruttamento commerciale e del business legato alla musica. Da questo pnto di vista, spesso e volentieri finivamo per scontrarci. Una dell sue caratteristiche più spiccate era il suo senso dell’umorismo. Riusciva a far ridere tutti, generava buonumore. Era genuino al 100%, e la gente lo amava per questo.

MH: Anche nei miei ricordi, Geoff brillava per umanità e senso dell’umorismo.

AS: Concordo

Di neo-prog si fa un gran parlare, ma al lato pratico nessuna delle band appartenenti alla scena può dire di aver avuto davvero successo. E anche per chi ci è arrivato, come ad esempio i Marillion, si è trattato di situazione estremamente effimera. Maledizione o semplice impopolarità?
MH: Qualcuno potrebbe dire che questo è un genere che viene apprezzato solo da un’elitaria ed intellettuale fascia pubblico, ma mi rendo conto che si tratta di un’affermazione che potrebbe suonare un tantino arrogante. In realtà penso si tratti più semplicemente di una di quelle imponderabili realtà a cui non si riesce a dare una vera spiegazione. Un po’ come il preconcetto che il progressive rock sia solo basato su draghi, elfi e signori degli anelli. Diciamolo, il prog è destinato ad essere cronicamente e terminalmente fuori moda!

BD: Pensa che proprio l’altro giorno ho sentito definire il progressive come “la musica di papà”, quasi fosse da considerare appartenente ad una generazione precedente rispetto al resto della musica. Forse è dovuto al fatto che in generale i musicisti prog sono un po’ più attenti all’aspetto musicale che non alla fama e ai soldi che essa può portare. Il successo è un qualcosa che puoi trovare, ma è in ogni caso destinato ad essere effimero. I musicisti prog tendono invece a ragionare su tempi più lunghi.
[PAGEBREAK] Si parla spesso dei Twelfth Night come di una band di culto. Vi ritrovate in questa definizione?
BD: Sono d’accordo, credo che i Twlfth Night possano essere considerati una band di culto. Non perché la nostra musica sia inaccessibile, ma solo perché non abbastanza gente ha avuto modo di ascoltarla! Non vedo alcun motivo per non avere tanti fan o non vendere tanti dischi quanto, per esempio, i Marillion.

Anche per i Twelfth Night, con l’uscita dell’omonimo album per la Virgin Records il successo pareva imminente, ma poi finì tutto in un nulla di fatto.
BD: Vero, a quell’epoca pensavamo proprio di essere in procinto di farcela. Ma poi non è accaduto, per svariati motivi. Non sono sicuro che la band in quel periodo avesse il management e la label più appropriata, di certo non aveva il giusto produttore. E probabilmente, in quel particolare momento, qualcosa disturbò l’equilibrio del gruppo. Come sempre, le cause vanno ricercate in diversi fattori concomitanti. Per quanto mi riguarda, rimpiango il fatto di aver perso un’opportunità. E probabilmente avrei dato al disco un vero titolo ed un’altra copertina. “XII” è il titolo che io diedi alla ristampa che la Virgin fece uscire nel 2005.

AS: A posteriori, penso che avremmo dovuto fare scelte diverse sia per quanto riguarda il management che l’etichetta. Penso che i musicisti debbano comporre per loro stessi, e non preoccuparsi di dover scrivere per accontentare un’audience in particolare. Se poi alla gente quello che hai composto piace tanto da spenderci dei soldi per comprarti il CD o per venire a vederti suonare dal vivo, allora quello che fai assume davvero un senso. Questo mi da l’opportunità per ringraziare tutti quelli che ci hanno supportati e ancora ci supportano.

BD: Penso anche che “Shame” e “Take A Look” non siano stati una gran scelta come singoli…

MH: All’epoca non pensavamo che le cose potessero andare male, avevamo molta fiducia nel disco e nei brani che lo componevano. Avremmo dovuto drizzare la antenne quando la Virgin decise che come singolo “Take a Look (part IV)” potesse avere maggiori possibilità di successo rispetto ad una “Jungle” o ad una “Theatre”. Ma del senno di poi sono piene le fosse. E in ogni caso, nessun mai si sognerebbe di chiedere ad una band esattamente cosa andò bene mentre registravano un disco che sarebbe diventato un successo. Penso inoltre che in quel momento la band non avrebbe dovuto smettere di suonare dal vivo per così tanto tempo. Avevano un grande show, ed una base di fan molto fedele, ed avrebbe dovuto lavorare di più per accontentarli. Si dice che uno dovrebbe imparare dai propri errori, ma in retrospettiva, era stato commesso lo stesso errore anche in precedenza, mentre registravano “Fact & Fiction”

Visto che hai citato la ristampa di quel disco, ce ne vuoi parlare? Io l’ho trovata davvero molto interessante.
BD:
In effetti è da parecchio che pensavamo alla sua riedizione, ma con poco successo causa opposizione della Virgin. Purtroppo i diritti di quel disco sono loro, e senza il loro permesso era impossibile anche solo pensarci. Le cose si sono smosse quando un nostro fan svedese che lavora presso la Virgin Sweden è riuscito a convincere i manager che tutto sommato sarebbe valsa la pena ristamparlo. Il progetto è subito passato alla Virgin UK, che grazie al cielo ha chiesto la nostra collaborazione. A quel punto ho suggerito le tracce da includere come bonus, e con l’aiuto dei due Andy (Revell e Sears) abbiamo rivisto l’artwork. Devo dire che quelli della Virgin sono stati tutto sommato corretti, ci hanno anche dato la possibilità di spendere una giornata agli Abby Road Studios per rimasterizzare il tutto, il che è stato parecchio divertente. Naturalmente non abbiamo visto un penny da questa riedizione a causa dei vecchi debiti che ancora abbiamo con loro.

Ho visto che su iTunes è possibile acquistare il downlod digitale di quel disco, farete lo stesso anche con “MMX”?
BD: Si, è nelle nostre previsioni, non fosse altro che per lasciare sul mercato un formato digitale che ci consenta di guadagnare qualche soldo. Il download illegale e le case discografiche sono il peggior incubo di band come la nostra, la cui sopravvivenza è totalmente dipendente dagli introiti legati alla vendita della propria musica, e che per ovvi motivi devono essere massimizzati.

MH: Sebbene oramai non se ne possa più fare a meno, l’avvento della muisca digitale ha completamente snaturato e svalutato l’esperienza dell’acquisto di un album. Non c’è grande soddisfazione nel comprare una serie di codici binari da dare in pasto al proprio computer. Un album è molto di più, è un prodotto assemblato con cura e dedizione, in cui il valore dell’insieme è superiore alla somma delle singole parti. A me piace ancora avere per le mani un nuovo disco, leggerne le note di copertina, i credits, ammirarne l’artwork…

Brian, che musica ascolti quando non sei impegnato con i Twelfth Night?
BD: Ascolto musica dei generi più svariati, soprattuto mentre lavoro. Si tratta essenzialmente di musica strumentale. Per esempio mi piacciono molto gli Ozrics Tentacles, e molto spesso metto su quegli album con cui sono cresciuto, dischi dei Jethro Tull piuttosto che dei Caravan o dei Free. Se parliamo della musica moderna, avendo una moglie che gestisce un’etichetta discografica e dei figli che sono perennemente attaccati a Radio One, posso dire che ho una buona conoscenza della musica mainstream… e che proprio per questo trovo piuttosto difficile appassionarmici. Ascolto anche molto prog moderno, quelle band di cui si legge spesso su “Classic Rock” e si possono ascoltare nei cd allegati alla rivista. Quelli mi sono piaciuti così tanto che mi sono sbattuto un casino per fare in modo che anche i Twelfth Night ne facessero parte, ed infatti nel numero di Aprile verrà inclusa la nostra “Creepshow”, nella versione tratta da “MMX”.

Vi ringrazio per l’interessante chiacchierata, credo sia il momento di chiudere e quindi, puntuale come la morte, ecco la classica domanda sui vostri impegni futuri.
AS: Io sarò in tour fino a Giugno come supporter dei Pendragon, mentre gli altri continueranno a fare il loro lavoro. Non abbiamo date in previsione, ma sono certo che prima o poi ci sarà l’occasione per suonare di nuovo dal vivo.

BD: A parte dare una mano ad Andy con il suo tour, continuerò a promuovere “MMX”, che adesso è disponibie sia in dvd che in doppio cd, e tutte le altre nostra release come il dvd di Reading Rock ’83 e le definitive edition di cui si parlava prima. Abbiamo ancora moltissimo materiale in archivio, e dal momento che questo è un periodo particolarmente favorevole, in cui il nome della band sta girando parecchio, credo sia il momento buono per visionare tutto quanto disponibile nell’ottica di uscire con qualche altra release autoprodotta. Non dimentichiamo poi che Andy esordira “a solo” cion un suo cd che si chiamerà “Souvenir”, con tre brani inediti, tre cover dei Twelfth Night e tre video. Sarù disponibile in occasione del tour, e potrà essere acquistato al banchetto del merchandise.

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