Home > Recensioni > Tyler, The Creator: Goblin

Le conversazioni di Tyler con l’analista

Metti su Tyler, The Creator (“Goblin” è un concept) e in primo luogo ti sconcertano il sessismo, la morte, l’omofobia, la violenza (anche stupri) e la durezza che emergono dai pezzi (ma è tutto uno scherzo, come dice: “I’m not a fucking rapist or serial killer, I lied/ (We know, you just want attention, you’ll be fine)”

Il CD è particolare perché sembra di ascoltare un demotape: pare fatto in casa, con basi che restano parecchio sotto, o troppo sopra, che si ripetono ossessive e percussive, con suoni appiccicosi o poco chiari, ma gli MC non sbagliano un colpo e le frasi si susseguono con precisione, evidente frutto di capacità, applicazione e lavoro, mentre i suoni oscuri servono a dare risonanza al messaggio.

Fa paura? Non abbastanza. Non quanto ci si aspetta.
È easy listening? No, affatto. È disturbante e cattivo, in tutti i testi e in molti brani (“Goblin”, “Yonkers”, “Bitch Suck My Dick”, la botta nello stomaco che è “Radicals”).
Tanto che Tyler deve lanciare qualche monito, dimostrandosi meno coraggioso di quanto voleva farci intendere.
Ciò che lascia perplessi (al di là dei testi, che per alcuni stomaci possono risultare fastidiosi ed indigesti) è la non scelta tra essere un prodotto curato o uno lo-fi.

Pro

Contro

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