Home > Recensioni > Type O Negative: Bloody Kisses
  • Type O Negative: Bloody Kisses

    Type O Negative

    Data di uscita: 02-10-2004

    Loudvision:
    Lettori:

Il sangue, l’erotismo e altri sporchi affari

Dopo anni di “carnivore” escursioni nell’hardcore e nel thrash, alla luce degli spunti emersi in “Slow, Deep And Hard”, nel 1994 per la Roadrunner (ex Roadracer) esce “Bloody Kisses”, il testamento stilistico dei Type O Negative. Il punto di partenza, e insieme il punto di arrivo, poiché a tutti gli effetti parliamo di un disco insuperato per successo, freschezza e qualità dal quartetto di Brooklyn.
Un album dei Type O Negative è un viaggio mentale. Segue una sua grammatica, che alterna pezzi monumentali, per durata e per la capacità di stamparsi nell’orecchio dell’ascoltatore, a visioni di morte, a brevi audio clip che aprono una finestra su scenari totalmente puntati sulla suggestione. Prendendo in mano il booklet e notando la quasi mancanza di artwork al suo interno, può sorgere la domanda sul significato provocatorio delle due lesbiche goth in copertina. Basta in realtà premere play e cominciare l’ascolto dell’intro “Machine Screw”, e si viene catapultati in un erotico scenario lesbo con i sussurri che arrivano all’orgasmo con riverbero e ronzio di fondo crescente. In nuce, contiene tutta la decadente ironia dei Type O Negative, che sin da questo album altro non intendono fare se non un curioso gioco dissacratorio dell’immaginario “goffik”, pur lasciando intendere che a volte le lugubri e sinistre atmosfere sono le uniche in grado di far loro esprimere le esperienze dolorose e sofferenti della vita. Ciò che ispira canzoni come la title track, un requiem lungo undici minuti in cui il suicidio di una ragazza è raccontato dalle parole di una terza persona, sembra scaturire da autentico dolore. “Bloody Kisses” è un viaggio tra accorate e sconfortanti melodie di organo-chitarra-basso elettrico, aperture tastieristiche un po’ tragiche e un po’ circostanziali ma sempre in sottofondo, sprofondamenti in abissi echeggianti dove pianti incoffessati vengono scherniti dal gracchiare di corvi, dove la voce narrante si fa intima, cercando di avvicinare a sé l’anima della persona perduta con la condivisione e la riproduzione del suo dolore.[PAGEBREAK]Tutto questo è il massimo espressivo raggiunto dai Type O Negative, che non sono mai stati dei virtuosi, ma che hanno massimizzato la potenza evocativa di una tecnica lineare. Il songwriting del gruppo si può sintetizzare in una batteria spesso lenta, ma dal suono corposo e potente, chitarre e basso elettrici ampiamente distorti, il cui riffing è pesante e lento, ma sognante ed evocativo al tempo stesso. Marginale ma sempre efficace è il contributo delle tastiere di Josh Silver, presenti in piccole quantità ma capaci di dare sia un senso più completo all’espressività di ogni brano, sia quel feeling da colonna sonora che avvolge e cala la mente nell’atmosfera. La più importante caratteristica-marchio di fabbrica rimane tuttavia la voce di Peter Steele, un basso naturale che si forza in questo episodio alle tonalità più gravi. Nella giocosa e easy listening “Christian Woman”, fortunato singolo che ha fatto vincere il disco d’oro all’album nel 1995, oltre che scelta estetica azzeccatissima, le tonalità di Peter Steele indugiano talmente verso il basso da generare un’impressione da brivido sin dai primi ascolti. Un’impostazione canora originale per rappresentare il lugubre e il sinistro, ma costantemente costellato di malizia, come i testi della stessa “Christian Woman” e della successiva “Black N.1″, un anthem passato alla storia per il riffing sabbathiano, per la sua dissacrante ironia, e per gli ammiccamenti del clavicembalo al main theme della Famiglia Addams. Sperimentale e scioccante è “Too Late: Frozen”, un brano apparentemente dark-gothic che comincia a proposito di una comune delusione amorosa che lascia aperte ferite e lacerazioni; l’inaspettato giunge quando come reazione al dolore c’è il raffreddamento e la morte delle emozioni, un congelamento dell’anima descritto con un accento visionario e psichedelico, con distorsioni chitarristiche e vocali sopra un riffing roccioso e corposo. Altri episodi sguazzano ancora nell’hardcore prima maniera, come in “Kill All The White People”, altri come “Summer Breeze” (che compare nella colonna sonora di “I Know What You Did Last Summer”) mostrano freddezza, distensività e classe negli immensi scenari sonori che il gruppo è capace di creare. Degna di nota è la chiusura con “I Can’t Lose You”, un unico refrain ipnotico e psichedelico nella cui circolarità si abbandona il pensiero. Nell’edizione deluxe uscita in occasione del disco d’oro e del successo dei Type O Negative, gli episodi “strumentali”, se così si possono definire, e quelli più hardcore sono stati eliminati in favore di un brano dal gusto spiccatamente più gothic metal, ovvero l’inedita “Suspended In Dusk”. Il brano vede anche l’uso di campionamenti di canti gregoriani accanto alle consuete tastiere da film horror e la ritmica chitarristica squadrata e minacciosa.
Oltre ad essere un album egregio in quanto a capacità espressive, con semplici ma determinanti qualità tecniche, è anche un capitolo necessario della storia della musica degli anni ’90, di cui i Type O Negative fanno meritatamente parte. L’ascolto di questo disco mai potrà lasciare indifferenti.

Scroll To Top