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  • Type O Negative: October Rust

    Type O Negative

    Data di uscita: 19-10-2005

    Loudvision:
    Lettori:

Melodia, orecchiabilità e il marchio di fabbrica

“Functionless art is simply tolerated vandalism… We are the vandals”: questa, la prima frase su cui cadono i nostri occhi ad avvenuto spacchettamento; questa, un’assolutamente fuorviante premessa didascalica a ciò che le nostre orecchie stanno per assecondare, ed anche un simpatico autoriferimento dopo l’immodesto “Don’t mistake lack of talent for genius”. Ben lontani infatti dal musicale vandalismo, è con questo lavoro del 1996 che i Type O Negative superano loro stessi, per coerenza compositiva e compattezza sonora. Una fortissima pressione pesava sulla loro carriera: l’inaspettato successo di “Bloody Kisses”, la certificazione disco d’oro dello stesso, e una formula che non poteva essere semplicemente riproposta. La risposta dei Type O Negative all’intrigombrante passato s’è condensata in numerosi brani (“Bloody Kisses”, con tutti i suoi intermezzi cinematici, e gli sfoghi hardcore, quanti veri brani poteva contare?) che per espressa volontà del frontman-compositore-bassista non hanno durate spropositate, concentrando i variopinti paesaggi sonori in un utilizzo pur sempre generoso, ma più accorto, delle idee musicali.
L’intero “October Rust” vibra d’un basso e lugubre terremoto di tonalità baritone, vocali e strumentali, mentre le tastiere di Silver ricoprono la vastità di questo mormorante terreno d’un’acuta, fitta nebbia. I Type O Negative puntano sull’ecleticcità d’un tutto che si fa summa di brani già autonomamente forti. Oltre alla fruibilità, Peter Steele rinnova il marchio di fabbrica dei Type O Negative, aggiungendo ad un dark rock di matrice Bauhaus la lugubr-e-dilatata claustrofobia loro tipica, come avviene in “Be My Druidess”, episodio solo apparentemente più frivolo degl’altri, pieno di groove e potenziale simbolo del nuovo, smaliziato rapporto con la melodia. “Green Man” s’ingraziosisce all’orecchio con le sue scale nostalgiche e le distorsioni sonore che, insieme alla voce carismatica di Kenny Hickey, regalano quelle uniche, estatiche sensazioni d’abbandono ad una sublime profondità sonora, quasi vertiginosa.[PAGEBREAK]Altro capitolo che non può esser taciuto è certamente “Christmas Mourning”, per la solenne, scarlatta natura funerea carica di presagi, per l’atmosfericità massiccia e brumosa che si stempera efficacemente nell’easy listening di “My Girlfriend’s Girlfriend”. “In Praise Of Bacchus” sprofonda nei mille specchi deformanti della psichedelia, inacidendosi negli effetti della voce digitalizzata ed amplificandosi assemblando melodici strati sovrapposti e complementari di arpeggi di chitarra e tastiere, che disegnano ampissimi, dionisiaci spazi sonori. L’autunnale bosco in cui ci si perde, addentrandocisi, è animato proprio da questo vitale, caratteristico contrasto; un gioco delle parti suggestivo ed incisivo, e che fa risaltare da protagonista ogni singola partitura. Le chitarre vengono spesso “stonerizzate”, nel contesto però d’un suono più pulito rispetto a quello del precedente “Bloody Kisses”; innumerevoli gli effetti tastieristici utilizzati, così come molteplici sono le interpretazioni di Steele, che ad ogni tematica lirica attribuisce una differente attitudine. Le linee vocali alternano sapientemente la gradevole, maggiormente emozionante timbrica più alta, con la classica, ruffiana e precedentemente abusata voce bassa cavernosa, che viene forse adoperata in modo simile a “Bloody Kisses” solamente nel capitolo di chiusura “Haunted”, misticheggiante, estatica eppure straordinariamente venata di melodiosità irresistibile, ispirazione ed innovazione fondamentale di “October Rust”. I contenuti spaziano agilmente dall’ironia erotica (“My Girlfriend’s Girlifriend”), alla perversione sessuale (“Wolf Moon”), al suo passato nel NYC Parks Department (“Green Man”) ad un amore immaginato nel più goth degli scenari/stereotipi (“Love You To Death”), supportati da soluzioni sempre aderenti e varie; questa proposta di matrice fondamentalmente doom, che Peter nel 1996 amava ricondurre ai Black Sabbath, ma dalle forti componenti gothic, dark e rock, inclinate verso una fruibilità delle melodie che sempre nello stesso periodo egli amava ricondurre ai Beatles, si dimostra versatile e poliedrica, caleidoscopica nei suoi accostamenti. Le tinte stagionali che il titolo nell’immediato richiama, in realtà ben poco hanno a che spartire coi colori di questo lavoro, perlopiù funerei; se è infatti vero che scrivo ora in un inoltrato ottobre insolitamente verde, altrettanto vero è, che è alla natura nov/dicembrina che “October Rust” si avvicina nei cromatismi delle atmosfere evocate.
La passione per il combo di Brooklyn è rinata proprio con questo lavoro (forse anche per essere il primo e unico album dove un gruppo si prende addirittura due tracce audio per ringraziare d’aver acquistato il CD e per accomiatarsi alla fine dell’esperienza), in un autunno venato ancora dalle stagioni calde, nell’imminente attesa dell’immobilismo dell’inverno; e proprio come accade ai vini invecchiati in rovere, il tempo gli ha aggiunto un sapore nuovo, del tutto particolare.

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