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    U’ Papun

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Dai fiori ai caproni

Li avevamo lasciati con mille commistioni musicali, li ritroviamo con un membro in meno e tanto rock in più.

I riff di chitarra hanno acquistato aggressività, quella acustica è sparita, la voce di Alfredo se a tratti ricorda lo stile della Rettore dopo un attimo si scioglie in urla quasi metal, insomma questo disco mostra il volto più duro degli uomini neri pugliesi, ovvero gli U’ Papun.

I testi vanno ancora più a fondo nei lati oscuri del mondo, dalla pedofilia alla censura sulla satira politica, senza dimenticare l’introspezione interiore espressa in poesia a cui Alfredo Colella resta fedele.
Sono anche spariti i pezzi strumentali che facevano da intermezzo tra alcuni brani lasciando il posto ad un disco composto da tredici singoli.

Al primo ascolto si fa fatica a riconoscerli, ma non ad amarli. Non è facile raccontare il mondo con ironia e profondità senza cadere nella cronaca ma restando sulla poesia. Non è facile riuscire a imprimere la propria firma stilistica in tutti i pezzi,compresa la cover di “Io Non Mi Sento Italiano” di Giorgio Gaber. Gli U’ Papun, però, ci riescono sia in brani più difficili, come “L’Abito” e “Storia Di Una Disoccupata”, che in quelli più leggeri, come la title-track “Cabron!” e “Indiesposto”. Per chi amava “Fiori Innocenti”, non mancano brani, tra cui “Luna” e “Terra Madre”, che mantengono la continuità col primo disco. Non possiamo che augurarci che la loro indi(e)sposizione latente duri ancora a lungo.

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Contro

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