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Ugo Mazzei: Sicilia nel sangue, Spagna nel cuore

Ugo Mazzei è tornato da poco col suo secondo disco “Mezzogiorno O Giù Di Lì”, pieno delle tinte forti e solari della Sicilia, la sua terra, che si mescolano con quelle della Spagna, altrettanto calda e amata dal cantautore.
Ad accompagnarlo nel disco Derek Wilson alla batteria, Tony Cercola alle percussioni, Massimo Pennisi al basso e Giovanni Di Caprio alla chitarra.
Abbiamo parlato con lui del suo nuovo lavoro, del concerto che ha tenuto al Teatro Valle di Roma e di molto altro.

Ad agosto è uscito il tuo secondo album, “Mezzogiorno O Giù Di Lì”. Come nasce questo lavoro?
Nasce principalmente dalla voglia di suonare, colorare di ritmo le canzoni per poi riproporle dal vivo allo stesso modo. Da quando l’ho pensato, è stato realizzato in pochissimo tempo anche con l’aiuto dei musicisti scelti ad hoc per il tipo di risultato che volevo raggiungere.

Nel nuovo disco ti sei spostato verso la forma canzone americana dopo un primo album più vicino alla scuola italo-francese, come mai questa scelta?
La musica americana, negli anni, ha affascinato il settanta per cento dei cantautori italiani, portando gli artisti verso una direzione diversa rispetto ai metodi di scrittura ed arrangiamento cui l’Italia era stata abituata sino ad allora. Basti pensare alla musica di Bob Dylan o Leonard Cohen, autori simbolo del cambiamento della canzone italiana. Erano e sono, nel mio caso, punti di riferimento indistruttibili nella cultura musicale per chiunque voglia avvicinarsi alla canzone d’autore.

Cos’altro è cambiato rispetto al tuo primo disco?
“Mezzogiorno O Giù Di Lì”, rispetto al primo disco, “Pubblico E Privato”, è il frutto di un cambiamento di stile maturato negli anni e riportato con leggerezza e naturalezza, come se parlassi di luoghi e genti a me vicini. La musica francofona, nei dischi italiani, si sente in molti autori illustri: Paolo Conte, Vinicio Capossela primo periodo, Gianmaria Testa, Giorgio Conte e altri artisti affascinati da quel suono tipicamente riconoscibile. Questo dà vita a un mondo musicale europeo caratterizzato da suoni di accordion, contrabbassi, ritmi di valzer musette e voci calde.

C’è un brano a cui ti senti più legato?

Forse ” Feste Gitane” lo sento più mio, sarà che il testo si ispira a una Spagna a me cara. La città di Cordova, il fiume Guadalquivir, le arene grigie di sonno con salici sullo steccato… Le spade dei gigli al vento andaluso e il doppio fiato dei tori di Guisando quasi morte e quasi pietra! Insomma una canzone piena di passione che rispecchia stati d’animo cangianti e controversi.

Al disco ha partecipato anche Tony Cercola, com’è nata questa collaborazione?
Non si tratta di normale collaborazione ma di amicizia pura. Tony, così come Derek Wilson, Giovanni Di Caprio, Massimo Pennisi sono la mia band e si muovono ogni volta che c’è da fare qualcosa sia dal vivo che in studio. È un completarsi a vicenda, io canto per Tony, Tony suona per me e viceversa. Così il lavoro si snellisce e si arrotonda di soluzioni reciproche che ci portano a scrivere, suonare ed in fine incidere le nostre idee.

Nei testi ci sono dei riferimenti a García Lorca, come ti sei avvicinato a questo autore?

È il poeta del coraggio. Sangue di Spagna, calura di Sicilia, quante similitudini! Lorca canta l’America meglio di molti americani, il suo soggiorno newyorkese è pieno di descrizioni dettagliate quasi onomatopeiche. Tutto questo mi affascina: mi cattura leggere il ritmo di una penna pungente e romantica che affonda nella carne tenera di un popolo ancora giovane e privo di contaminazioni culturali. Ecco il mio disco country! Non viene dal Texas o dall’Alabama: si mischia l’Europa dei coloni con una terra appena conquistata e nasce una nuova forma di ballata popolare che un giorno qualcuno abbrevierà in pop.

Quanto c’è della Sicilia nella tua musica?
Certamente molto. Il mio mondo inizia lì e si ispira a tutto ciò che incontro quotidianamente. La Sicilia è un calderone pieno di colori e profumi, viverci vuol dire assaporare giorno dopo giorno una serie di stimoli che ti portano a scrivere scorrevolmente. Nelle mie canzoni c’è una vena sicula, il testo, certe volte, ha un’amarezza inevitabile per un siciliano. C’è già nel nostro DNA, ben conservato, che esce al momento giusto.

Preferisci la registrazione in studio o la dimensione live?

Entrambe. Lo studio ti lascia il tempo per pensare e ti fa rivedere le cose per poi migliorarle o addirittura cambiarle. La dimensione dal vivo ti da altre emozioni. Il palco può essere un campo di battaglia o una ludoteca, dipende da una serie di agenti esterni: l’acustica, l’umore, le condizioni fisiche. Ma in genere è un meraviglioso godimento!

Hai partecipato da poco a uno spettacolo al Teatro Valle, perché hai ritenuto fosse importante esserci?
Perché è l’unica vera forza della musica in questo momento in Italia. Vedere come tanti splendidi ragazzi artisti, tengono pulito quel teatro, ti fa capire l’amore vero per lo spettacolo. Io per loro farei mille concerti gratuiti e ne sarei pure fiero. Occupiamo tutti i teatri d’Italia!!! Perché solo così torneranno i veri spettacoli disinteressati e puri!!

La rete è più danno o più guadagno per un artista?

Non saprei dire…. Sono convinto che tutto quello che è globalizzante, guadagno non ne porta. Per esempio parliamo dei video musicali: quando un artista realizza un videoclip, spende tanto, fatica sul posto, ne è contento, ma quando lo mette in rete si trova vicino un altro video totalmente diverso, non musicale e spesse volte stupido ed inutile. Il web e’ un grande mondo che rispecchia più i vizi che le virtù.

Che progetti hai per il futuro?
Sto registrando un disco per Legambiente che uscirà in occasione del congresso regionale, in Sicilia. I temi principali batteranno sui cambiamenti climatici, quindi sul destino del mondo e sulla salute dell’uomo.

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