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  • Ulan Bator: Tohu Bohu

    Ulan Bator

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Il post-rock è tutta un’altra cosa

Niente da fare. Dopo i buoni “Ego:Echo” e “Nouvel Air” si pensava che gli Ulan Bator potessero entrare di diritto nell’Olimpo del post-rock. E invece no, siamo nuovamente qui a raccontare, come successo per “Rodeo Massacre”, un album che è un’accozzaglia di suoni krautrock con leggere sfumature post-rock (ben fatte, quello sì, ma molto poche).

Il massimo di quest’album viene dato negli intermezzi strumentali, ben suonati e ben concepiti; il peggio, ahimé, nelle parti vocali, presenti quasi ovunque e spesso male inserite in parti che meriterebbero forse di rimanere strumentali. Sì, bisogna smettere di etichettare gli Ulan Bator come post-rock. Non a caso sono passati quasi sei anni dal loro ultimo lavoro, in cui erano al top dell’ispirazione.
Ora sono cambiati, forse troppo.

Poco coinvolgente, poco emozionante, ben suonato per carità, ma molto confusionario. Questo era l’intento della band, ovvero rappresentare attraverso musica e testi il disordine della società attuale, della nostra quotidianità, della nostra politica e delle nostre relazioni. Un disordine mentale che si ripercuote perfettamente in queste dieci tracce, di difficile assimilazione.

La digestione di questo album non è affatto facile. Chi ama i Faust e i Can molto probabilemnte apprezzerà anche questo lavoro. Chi ama il post-rock no, anche se “Mister Perfect” mostra che i nostri amici francesi lo sanno fare eccome. Il post-rock oggi è Mogwai, Explosions In The Sky, This Will Destroy You. Tutto il resto è noia.

Pro

Contro

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