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  • Ulver: Blood Inside

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E adesso?

Al solito, nessuno sapeva bene cosa aspettarsi dagli Ulver dopo le colonne sonore e l’ormai fugace ricordo di quel “Quick Fix” di qualche anno fa. Inatteso almeno quanto poco sorprendente arriva “Blood Inside”, in pochi avranno indovinato l’attuale direzione sonora “avantgarde-electro-goth” intrapresa dagli Ulver, quei pochi saranno sorpresi perché è forse uno dei pochi capitoli nei quali i norvegesi ritornano sui propri passi. O meglio, ritornano su passi mossi da altri, perché questo” Blood Inside” è così sorprendentemente forma canzone che potrebbe essere targato Arcturus, con iniezioni elettrificate di Bach, intermezzi swing-jazz, schizofrenie Pattoniane, substrati dark e new wave misti a sezioni progressive e pop-rock, il tutto infettato da una dose corposa di quella musicalità barocca che aveva “Themes From etc”. Garm torna a cantare in quantità e qualità, le ultime sperimentazioni ambient sono state accantonate più che metabolizzate, si rimane perplessi nel sentire di nuovo gli Ulver alle prese con delle vere e proprie canzoni, e se episodi come “It Is Not Sound” – video incluso – “Dressed In Black” o “For The Love Of God” splendono delle proprie trovate, di un’atmosfera orchestrata e superprodotta, il resto del pacchetto tra la violenza di “Operator” e l’inquietante melensità di “Blinded By Blood” non soddisfa propriamente, un ammasso di idee interessanti (perché quelle non mancano mai) e molto rifinite, ma non altrettanto valide per quanto riguarda la struttura e lo svolgimento completo del pezzo. “Blood Inside” è la sintesi dopo le prolisse ridondanze ambient, un compresso surrogato da tre quarti d’ora, così compresso e stratificato che sembra durare almeno il doppio. Sacrale e goticheggiante, pomposo, ironico, facile e ricercato, una rilettura sapiente dell’avantgarde fatta da menti aperte, immuni da superficialità o idee pacchiane. “For the record, no one will understand what it is all about”: solo Kristoffer Rygg sa veramente che cosa volesse ottenere con questo “Blood Inside”, un album due spanne sopra alla concorrenza in un “genere” nel quale gli Ulver non si erano mai propriamente cimentati. Considerando però che con l’ultima prova vera e propria eravamo rimasti a “Perdition City”, qualcosina in più ce lo aspettavamo.

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