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Canti della notte

Anno 1995, gli Ulver compiono il primo dei loro numerosi voltafaccia spiazzando pubblico e critica: “Kveldssanger” è un album completamente acustico. Abbandonate le chitarre elettriche, basso e batteria, la band si cimenta in un lavoro prettamente folk, che profuma di muschio e legna bagnata dall’inizio alla fine. Sono le canzoni da ascoltare in silenzio accanto al fuoco, respirando l’aria del bosco e guardando le stelle, per staccarsi dal mondo e abbandonarsi ad un po’ di rassicurante malinconia. L’oscurità qui si esprime nel modo più dolce, la decisione di abbandonare i canoni black ce la spiegano bene gli Ulver in queste poche parole: “When it comes to darkness, I find it much more fascinating when applied subtly.” Nel disco suonano i tre quinti della band che ci ha dato “Bergtatt”, restano solo voce, chitarra e batteria. Le percussioni sono quasi del tutto assenti, mentre ogni tanto fanno capolino flauti e violini, che impreziosiscono e rafforzano la componente folk. Questa volta la produzione fa il suo dovere: le chitarre acustiche suonano benissimo (ed in effetti erano una delle poche cose ad uscire davvero bene da “Bergtatt”), si riesce a sentire anche il fruscio delle dita che scivolano sulle corde basse, merito di Haavard che esegue i pezzi con estrema pulizia e precisione. Il disco si basa su sovraincisioni di due, spesso tre chitarre, che si intrecciano con gusto e dinamismo, è difficile fermarsi o saltare qualche traccia una volta iniziato il viaggio, perché le composizioni sono fluide e non si ripetono mai, ogni giro è sviluppo del precedente e premessa del seguente. Garm continua con la strada intrapresa precedentemente: vocalizzi evocativi, cantato corale, le parole (in Norvegese) hanno poca importanza perché la voce è usata con parsimonia e si punta tutto sulla musicalità. Un viaggio magico nelle terre dei lupi, dove l’importanza delle piccole cose si mischia con la solenne e gentile imponenza di quelle grandi. Gli Ulver stimolano a sognare, accendono il rimpianto per le bellezze di una civiltà, di un modo di essere, che non saranno mai più. E colpiscono al cuore.

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