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  • Ulver: Shadows Of The Sun

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In fuga dal caos

Tornano alle origini con un episodio da 40 minuti, staccato dal resto della loro discografia (che a sua volta è staccata dal resto della loro discografia), per dare forma alle angosce suscitate dal caotico mondo nel quale vivono. Lo fanno spostandosi agli antipodi della soffocante Perdition City per ritrovare le radici dell’umanità intera nella culla della vita, il desolato paesaggio del continente Africano con i suoi valori essenziali, la sua cruda esistenza. È qui che riscoprono la delicatezza del suono con un disco scarno, intimo nelle intenzioni non quanto nel risultato, in memory of us all, per ricordarci dove siamo nati, cresciuti, dove abbiamo imparato a vivere e come saremmo dovuti rimanere. L’Oslo String Quartet impreziosice gran parte dei pezzi, il riarrangiamento di “Solitude” dei Black Sabbath è inatteso ma adatto al mood dell’album. Il sapore tribale (c’era da aspettarselo in un lavoro del genere) è stemperato su pochi pezzi, come “Let The Children Go”, uno dei momenti più belli insieme a “All The Love”, mentre su “Vigil” fa capolino “Perdition City”, quella dei pezzi meno caotici. Garm sussurra ma non impressiona, canto gentile, quasi parlato, incolore e rassegnato. Il disco non funziona del tutto perché bisogna crederci affinché impressioni, dopo tante metamorfosi quest’ultima pelle sembra artefatta, patinata, poco approfondita e poco coraggiosa. Le loro parole: “abbiamo lavorato sodo, consci che saremmo potuti rimanere senza niente in mano”: cosa rimane in mano? Un pugno di pezzi buoni e un pugno di pezzi mediocri, nuove idee poche, forse solo una, quella di fare un disco sanguigno e personale. Magari il prossimo.

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