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Umberto Lenzi: Il signore in giallo

Umberto Lenzi è stato negli anni Settanta uno dei registi più quotati e ammirati dal pubblico in Italia. E non solo.
Negli ultimi anni ha conosciuto una felice riscoperta grazie anche all’interessamento di Quentin Tarantino, che l’ha eletto maestro del cinema insieme a tanti altri autori-artigiani di quella fortunata epoca del cinema italiano e proprio in questi giorni la IX edizione di Lavori In Corso (Napoli) gli dedica un incontro.

Appassionato di cinema sin da ragazzo, Lenzi, toscano che studiava legge, frequentava già allora i cineclub e dopo aver lavorato per alcuni quotidiani e periodici decide di abbandonare la giurisprudenza per iscriversi al Centro Sperimentale di Cinematografia. E dopo qualche tempo passato a scrivere recensioni e romanzi, entra finalmente nel mondo del cinema prima come assistente, poi come regista in proprio.

Il suo esordio è con “Le Avventure Di Mary Read” con Lisa Gastoni, che lavorerà ancora con lui in “Duello Nella Sila. Molti sono i generi da lui frequentati, sin dall’esordio, e forse questo è uno dei motivi che non gli ha fatto ricevere subito il plauso della critica, che lo considerava un mestierante senza un’idea precisa, che si lanciava a girare qualsiasi cosa.

Ma il successo di pubblico è dietro l’angolo. A partire da “Kriminal”, ispirato a un famoso fumetto, cui farà seguire film bellici e spaghetti-western. Ma il meglio di sé Lenzi lo da nel giallo e nel cosiddetto poliziottesco, genere poliziesco all’italiana che vede i suoi anfitrioni negli attori Tomas Milian (in genere nel ruolo del malvivente) e Maurizio Merli (nelle vesti del poliziotto con tendenze giustizialistico-callaghaniane).

Ed è dopo alcuni thriller erotici molti amati dai cinefili, firmando la famosa trilogia formata da “Orgasmo” (1969), “Così Dolce… Così Perversa” e “Paranoia” (1970), tutte interpretate da Carroll Baker.

Ma il vero botto avviene negli anni immediatamente successivi. Lenzi si lancia nel genere poliziesco e inanella una serie di opere forse non all’altezza del cinema maggiore italiano di quegli anni, pellicole che mantengono ancora una certa dose di farraginosità o moralismo spicciolo, ma che si presentano sin da subito con un linguaggio cinematografico nuovo, vivo, frenetico, che non ha mancato di far scuola. Gira in questi anni una serie di film che anche da un punto di vista morale sono un vero pugno nello stomaco allo spettatore, permettendosi il lusso di raffigurare brutti ceffi con una libertà morale e un realismo violento senza sconti che forse oggi nessuno perdonerebbe. Nasce così “Milano Odia – La Polizia Non Può Sparare (1974), certo uno dei suoi film più riusciti, con un confronto tra il criminale senza morale, pazzoide e violento di Tomas Milian e l’ispettore disposto a tutto pur di incastrarlo, interpretato da Henry Silva.

A seguire alcuni dei più grandi successi del regista, tutti interpretati da un istrionico e Milian, doppiato egregiamente da Ferruccio Amendola: “Il Trucido E Lo Sbirro” (1976) che vede la comparsa del personaggio di Monnezza, che Lenzi riproporrà ne “La Banda Del Gobbo (1977), in cui Milian interpreterà anche il fratello gemello, pazzo criminale.

A questo punto la popolarità del regista è alle stelle e il suo stile registico inizia a fare proseliti, si iniziano a citare a memoria le grandi sequenze d’azione (famosa resta quella dell’inseguimento nella funicolare in “Napoli Violenta”).

Eppure Lenzi non si adagia sugli allori, ma cerca ancora una volta nuove strade. E dopo il poliziesco approccia il genere horror, in particolare il filone sui cannibali, molto in voga a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. I titoli più famosi del filone sono certamente “Mangiati Vivi” del 1980 e “Cannibal Ferox” del 1981, che non risparmiano nulla dal punto di vista del gore. Continuando poi sul genere orrorifico, intacca un altro dei grandi mostri del cinema, lo zombie, con film come “Incubo Sulla Città Contaminata” (1980) con Mel Ferrer, affiancandosi a autori nostrani come Fulci e stranieri come Romero. E continua con gli horror derivativi come “La casa 3 – Ghosthouse” (1988).

Ma le cose iniziano a cambiare. Il cinema cambia e Lenzi diventa ben presto un regista di genere che non trova più spazio nella nuova cinematografia italiana. E così si ritira, dopo aver girato la sua ultima opera nel 1996: “Sarayevo – Inferno Di Fuoco” (1996), ma riprendendo tuttavia il suo vecchio mestiere di critico e scrivendo di cinema sulla rivista Nocturno, dove tiene una sua rubrica.

La sua filmografia resta una galassia che ha esplorato ogni genere. Abilissimo a reinventarsi continuamente, lo ha fatto ancora una volta negli ultimi anni, riscoprendosi scrittore di gialli e noir, il cui ultimo è “Morte Al Cinevillaggio”.

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