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Un acquazzone di rock per te!

Il MIAMI è un esempio per tutti. A prescindere dal fatto che possiate non apprezzare tutti i gruppi che vi si esibiscono, oppure che l’organizzazione non sia sempre quella dei festival più blasonati. Il MIAMI, però, propone a prezzi (molto) popolari una quantità di gruppi (italiani) in grado di competere con i bill infiniti dei mega-eventi estivi che si tengono ben distanti dalla nostra penisola. All’interno dell’area dell’Idroscalo circostante il Magnolia si accalcano inoltre banchetti e stand, spesso stravaganti e divertenti, così come qualche altro polo di attrazione artistica messo a disposizione dall’organizzazione. Insomma, ci si chiede a ragione se i giovani milanesi si radunino qui per ascoltare la musica o per socializzare: la risposta sta a metà strada, o si alterna di frequente nel corso della giornata. Il che, dal nostro punto di vista, non può che essere un punto a favore: si tratta di una bella festa, con molti buoni gruppi e altrettanti da scoprire.

Dimostrazione del fatto che il pubblico sia concorde con questa idea è la buona affluenza della prima giornata, che ha luogo in un piovoso venerdì di inizio Giugno. Centinaia di giovani, a occhio prevalentemente in età universitaria, sfidano l’acqua e il fango per assistere ai concerti di Meg e Paolo Benvegnù, nonché alla fuga di parte del mercatino, intrappolato nelle sabbie mobili. La location protegge per quel che può gli astanti con i suoi alberi e con le mura del Magnolia, entro le quali si trasferisce il palco La Collinetta, quello piccolino dedicato ai gruppi emergenti, se così li possiamo chiamare. Buon per loro che le quattro mura di protezione dalla pioggia ne abbiano sicuramente aumentato il bacino d’utenza.

Impossibile, dunque, in un tourbillon di difficoltà e di band più o meno note che si succedono puntuali sui due palchi, seguire tutti i concerti. Vi accontentiamo quindi di squarci e impressioni.

I Kobenhavn Store sono tra i primi a capitarci sotto mano: il loro pop teso e sporcato di elettronica piuttosto modaiola regala poche sorprese. Altro flash su A Classic Education, il side-project dei bolognesi Settlefish, con un aspetto visivo e sonoro very very British. I primi a catalizzare l’attenzione del grande pubblico sono però gli Amor Fou, che regalano al pubblico un pregevole cantautorato italiano dal notevole background musicale. Ce ne hanno parlato molto bene, più di una volta, sia in questa che in altre occasioni. Probabilmente a ragione. Magari senza il diluvio avremmo anche potuto metterci la mano sul fuoco.
Cresce la caratura dei gruppi impegnati sul palco Sandro Pertini e ci soffermiamo sugli Yuppie Flu. Il primo concerto a cui riusciamo ad assistere nella sua interezza ci fa rimpiangere il palco La Collinetta in cui si esibiscono gli Atari. Non ce ne vogliano gli anconetani, ma il confronto con la successiva esibizione del Benvegnù nazionale è a dir poco impietoso. Ne abbiamo parlato tantissimo su LoudVision, ma non ci stancheremo mai di farlo. Anche in questa occasione lui e la sua band dimostrano come le emozioni possano farsi tanto intense e solide da colpire fisicamente gli spettatori, catturandoli mediante composizioni dalla concretezza esemplare ed esecuzioni genuinamente energiche.
Conclude ai classici orari improponibili per i giornalisti più attempati la napoletana Maria Di Donna, in arte Meg. La Bjork cafuncella si esibisce per la prima volta a Milano e, a dirla tutta, qualche difficoltà si percepisce, materializzata in frasi poco opportune e rimediate soltanto da un electro-suono ruffiano e gradito al pubblico saltellante. Che abbia un’ottima voce è fuori discussione e che qualche spunto melodico sia degno di nota lo è altrettanto, ma il contesto sonoro paradossalmente datato e piatto inficia notevolmente l’esibizione.

La giornata di sabato si preannuncia analoga alla precedente, con un bel sole che fa capolino nel primo pomeriggio, per poi nascondersi dietro a minacciose nuvole scure. Il finale è, però, molto più lieto, visto che queste riescono a trattenere tutto l’acqua che contengono fino a tarda notte. L’affluenza e il prezzo dei parcheggi aumentano, così come l’agibilità e la tranquillità di cui l’evento si fa portabandiera.
[PAGEBREAK] A metà pomeriggio si esibiscono i The Nerd Follia, sestetto tecnicamente ineccepibile che produce un emo-pop-punk da consumarsi preferibilmente entro il compimento della maggiore età.
Scorrono i minuti, gli stand prendono forma e si comincia a fare fatica a muoversi per lo spazio verde. In questo contesto si esibiscono i Drink To Me: ali d’angelo posticce e vestiti da signora per questi tre ragazzi che danno un po’ l’impressione della band della festa del liceo. La loro naiveté suscita comunque un sorriso, se pur accompagnata da un post-punk anch’esse piuttosto ingenuo. Il palco Sandro Pertini continua quindi a stupire nel look con gli Ah, Wildness!, tanto indie nel nome, quanto stravaganti nell’aspetto: maglie da metallari, ragazze indiane e sax. Indaffarati in questa o quella faccenda, la musica ci sfugge via più di quanto non lo faccia l’aspetto bizzarro. Lo stesso non può accadere quando i suoni del MIAMI si tingono di rosso sangue, con il pesantissimo hardcore che Dead Elephant e i riformati Sottopressione portano sul palco. Il loro impatto è piuttosto stridente in un contesto indie un po’ snob, le facce e le orecchie di alcuni astanti soffrono mentre si accalcano in coda al banchetto del cibo, una delle migliori sorprese non musicali del weekend. Va bene così, d’altro canto la gente non va al MIAMI per ascoltare la musica, questo è sicuro.

Dopo cena (sempre nel riferimento dei giornalisti anziani di cui sopra) salgono sul main stage i Disco Drive, incontrati da LoudVision nel pomeriggio per una chiacchierata che presto avrete modo di leggere sulle nostre pagine. Il loro pop è devastante. I tre si scambiano di posto, spesso sul palco il groove è impressionante e alimentato da un basso e due batterie. Il flusso musicale è potente e vibrante, si perde in continuazione il senso della forma canzone e ci si trova immersi in una specie di rituale sciamanico. Quando il cantato (un optional) diventa ansimante si è certi che stia accadendo qualcosa di diverso da un tradizionale concerto rock. Qualcosa a cui vorremmo assistere molto più spesso. Tant’è che i pur talentuosi ed energici Red Worms Farm, che suonano subito dopo, appaiono fin troppo lineari e vicini ai cliché punk-funk per essere realmente convincenti. Il discorso è un po’ diverso per i successivi The Zen Circus: il clamore che la band ha suscitato in questi anni si traduce in una enorme partecipazione del pubblico, ma il fatto che siano (considerati) gli “ultimi depositari” di un qualcosa di punk cantautorale andato perduto chissà dove comporta che chi ascolta accetti di buon grado anche il senso di già sentito; l’impressione è confermata dalla gradita presenza sul palco di Federico Fiumani, icona indiscussa della new wave italiana.

Infine gli Hormonauts: sono sempre loro e la gente balla. Dentro al Magnolia intanto c’è Le Luci Della Centrale Elettrica. Peccato che la massa di carne umana accalcata ci renda impossibile l’accesso.
[PAGEBREAK] La giornata conclusiva non parte con i migliori auspici. La pioggia torna a sciacquare il piano di cemento che funge da platea e alle 17 le presenze sono decisamente scarse: sembra che ci siano soltanto gli standisti e gli addetti ai lavori, ma sospettiamo che anche tra di essi ci sia dell’assenteismo.
La giornata si apre con i La Blanche Alchimie, un duo che propone una forma di cantautorato malinconica ed elegante, costruita su piano, voce e chitarra; la cantante, Jessica Einaudi, è la figlia del noto compositore. Considerati il clima e la scomoda quiete domenicale che aleggia tra la gente, non potrebbe esserci inizio più appropriato, e ci lasciamo tutti rapire da sotto gli ombrelli.
Mentre si esibiscono i Granturismo, folk band che si segnala per una cover di Serge Gainsbourg, la pioggia si attenua fino a cessare del tutto e il pubblico inizia ad affluire in modo costante.
È poi la volta degli OJM, che sebbene non c’entrino niente col resto dei gruppi ottengono un buon successo: il loro hard rock stradaiolo e venato di stoner diverte e trascina anche gli indie-boy più insospettabili.

C’è attesa per i Fratelli Calafuria, autori di un notevole esordio discografico. Di fronte al pubblico ormai folto il trio si produce in un’esibizione energetica e sopra le righe, durante la quale emergono un’attitudine e uno stile sonoro decisamente più punk di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Resta comunque qualche dubbio, visto che la sostanza originale risulta un po’ schiacciata dai riffoni metallici, dalle buffe armonie vocali e dalle faccette del cantante; ma non importa, ce ne freghiamo e facciamo tutti eh-oh, eh-oh.
Il lunghissimo MIAMI di LoudVision si chiude con gli Uochi Toki, incontrati per un’intervista (presto su queste pagine) subito dopo il concerto. Che non sia un concerto rock, come ci ricorda Napo mentre si presenta sul palco assieme all’amico nonché fonico e “uomo delle macchine” Rico, lo sanno bene le persone in prima fila che già li conoscono e li attendono.

Con brani estratti dalla discografia più recente, i due dimostrano un’unicità stilistica indiscutibile, e a diversi anni dal debutto non sembrano più una stranezza underground magari destinata a incontrare una graduale perdita di interesse: appaiono infatti come una realtà del tutto solida, efficace, pronta per raccogliere i meritati frutti del proprio lavoro. Il particolarissimo flow di Napo, che si infischia delle rime e degli stereotipi hip-hop, si intarsia alla perfezione sul rumore organizzato ritmicamente da Rico nella forma di basi scarne e minimaliste. Ci sono gesti di cattiveria destinati un po’ a tutti e il pubblico attento approva, pensando di pensarla come loro.

Con il lunedì che incombe e i cancelli dell’ospizio che si aprono in lontananza, i vostri inviati diversamente giovani lasciano un Idroscalo ancora molto affollato, compiaciuti per il successo della manifestazione nonostante il maltempo; sebbene l’originalità abbia un po’ latitato e la qualità media delle band, picchi esclusi, non sia stata a livelli superlativi, il MIAMI ha regalato qualche sorpresa e molte conferme; e si è nuovamente dimostrato come un pregevole evento di aggregazione tutto italiano ma dal respiro europeo. Dopotutto possiamo anche essere brava gente, come ci ricorda il Presidente dietro al palco.

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