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Un amore diverso

“Dieci Inverni” è un film insolito: l’amore, al cinema, è spesso un sentimento dipinto solo nelle sue tinte estreme, dalla passione cocente alle estremità distruttive, in mezzo tutta una serie di pellicole superficiali, adolescenziali o stucchevoli. E l’originalità dell’opera prima di Valerio Mieli – che tra l’altro è stato accettato in concorso dal Tokio Film Festival e sarà distribuito da Bolero film – è proprio nel mantenersi distante da entrambi gli eccessi, raccontando l’amore in un modo, paradossalmente, poco comune nella storia del cinema.

Il film è piuttosto unico, nel suo genere: come è nato?
Valerio Mieli: “Dieci Inverni” è nato quando ero ancora allievo al Centro Sperimentale. Doveva essere un esercizio, un corto di diploma, e si è trasformato in una coproduzione con un paese lontano come la Russia, girata per giunta a Venezia, un posto caro e complesso, con attori noti e apprezzati, tecnici di alto livello. La storia è nata di corsa: l’idea era quella di fare un film che fosse sia una storia d’amore, sia il racconto di qualcosa di raramente visto al cinema, quel sentimento particolare e indefinibile che spesso si protrae tanti anni e ti fa sentire che nella tua vita c’è da tempo qualcuno con cui per qualche motivo le cose non funzionano, ma con cui sei legato da una tensione inespressa e continua. E poi volevo fare un film sul tempo che passa, su quanto si cambia, ad esempio rileggendo le cose che si sono scritte in passato.

La sceneggiatura ha un ruolo assolutamente cruciale, e tra l’altro presto uscirà un libro, per Rizzoli, legato al film…
Valerio Mieli: Sono convinto che la sceneggiatura di un film sia di gran lunga la parte più importante, è la conditio sine qua affinché una pellicola risulti bella. Si può danneggiare, ma non certo recuperare. E infatti abbiamo impiegato la maggior parte del tempo di lavoro proprio sulla scenneggiatura. Il mio romanzo “Dieci Inverni”, invece, parte dall’idea del film, ne è una sorta di ampliamento, anche se preciso che non si può dire che il film sia tratto dal libro, sono semplicemente nati insieme, sono due costole dell’idea iniziale. È stato interessante cercare di raccontare la stessa storia con due mezzi così differenti, per giunta contemporaneamente

Il film ci mostra una Venezia atipica…
Valerio Mieli: Ci tenevo molto a fare un film a Venezia, specie in quella Venezia sconosciuta a chi l’ha vissuta solo al cinema. Volevo ritrarla nella sua normalità. Ciò mi ha permesso di fare un film molto realistico e contemporaneamente fiabesco, tratto questo che Venezia offre sempre e comunque.

Gli attori hanno fronteggiato una sceneggiatura molto complessa: come si sono relazionati ai personaggi?
Isabella Ragonese: Sono rimasta molto colpita fin dall’inizio, specie dalla sua specificità. Un’arma a doppio taglio: può fornire molte indicazioni a un attore, ma anche impedirgli di trovare spazio per la propria umanità. La sfida più interessante è stata interpretare con coerenza lo stesso personaggio lungo dieci anni di vita: si cambia molto, e bisogna affrescare i mutamenti sempre mantenendo la coerenza di fondo. E qui neanche si girava in sequenza, quindi c’erano continui balzi temporali.
Michele Riondino: Ho fatto un errore, inizialmente, credevo di poter portare nel personaggio le mie esperienze, il mio modo di vivere il sentimento: ma il suocarattere era molto lontano da me, e tutto si è fatto più complesso, ma anche più interessante. La vicenda è universale: più che un film, questo è un contenitore delle storie di tutti.

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