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Un’Apocalisse a metà

Diciamoci la verità: Hillcoat è un temerario e per tale va incensato a prescindere. L’intenzione di portare sullo schermo un romanzo come “La Strada” di Cormac McCarthy denota un coraggio non comune. E non solo – diremmo non tanto anche – perché parliamo di un premio Pulitzer, quanto soprattutto perché lo stile, la prosa dell’osannato scrittore americano hanno una forza spartana e bellissima, probabilmente inimitabile, e quella di “La Strada” in particolare è incaricata di raccontare un’Apocalisse post-atomica con una serie di pennellate raggelanti, in contemporanea alla delineazione di un rapporto padre/figlio, unica isola di vita in un mare di morte e desolazione.

Tentare un paragone pedissequo e puntiglioso tra le due opere sarebbe officio quanto mai noioso, oltre che inutile. Un film tratto da un romanzo ha prima di tutto bisogno di smarcarsi dal suo modello, specie nel caso – come questo – in cui l’opera di partenza è un capolavoro riconosciuto. In realtà, Hillcoat si mostra assai fedele, un po’ come lo erano stati i Coen nel trasporre “Non È Un Paese Per Vecchi”. L’autorità di McCarthy tende a imbrigliare l’hybris dei registi, li rende meno ardimentosi e più rispettosi.

Se però nel caso dei Coen la fedeltà aveva ripagato, trasformandosi nell’unica scelta possibile, per quanto riguarda l’opera di Hillcoat ha dato luogo a un film, sotto certi aspetti, irrisolto. Ciò che forse più sorprende è verificare dove effettivamente il film non centra appieno il bersaglio. Non nel raccontare l’Apocalisse, ma nella delineazione del rapporto tra padre e figlio, interpretati da Viggo Mortensen e Kodi Smit-McPhee. Entrambi bravissimi, certo: Mortensen è il tipo d’attore sul cui volto, sul cui corpo si potrebbe dire, è possibile modulare qualsiasi sentimento, sfumatura, negativa, positiva, ambivalente che sia. E il giovanissimo attore che lo affianca non è da meno.

Eppure il rapporto padre/figlio, nel film, non decolla mai veramente, nonostante tutti i realizzatori, dal regista allo sceneggiatore sino al protagonista, presentando il film nelle interviste abbiano sempre insistito particolarmente sul tema d’amore (paterno/filiale) del film, suggerendo che il loro essere genitori è stato trasferito con sincerità nella realizzazione. Hillcoat cerca indubbiamente con intelligenza (e coraggio) di trasporre su pellicola le frasi mozze, lo stile disincarnato di McCarthy, ma dove le parole sottintese raccontavano, spesso ellitticamente, l’intero sostrato d’emozioni che legava il padre e il figlio, nel film si ha la sensazione che il rapporto sia troppo congelato, che i due personaggi risultino un po’ ripetitivi, lasciando trasparire anche, in qualche passaggio della storia, la piccola ombra della noia.

Dispiace constatarlo soprattutto perché per il resto il film è di un coraggio senza precedenti. Il racconto della Terra post-guerra nucleare è delineato con uno sguardo senza compromessi, illuminato (si fa per dire) da una fotografia perennemente grigia, monocromatica. Fanno il resto la raffigurazione di un’umanità ridotta allo stato brado: il tema dell’antropofagia è mostrato in tutta la sua oscenità, traendo la sua forza da un occhio, quello del regista, che preferisce l’ellissi al gore, la sineddoche al panfocus. L’abbruttimento dell’uomo è inchiodato sulla pellicola con un paio di sequenze ben assestate, che evocano perfettamente lo spirito di McCarthy e, soprattutto, lo trasformano in cinema. Cinema come fotografia angosciante del – probabile – destino di un’umanità disumana.

“The Road” dunque si regge su un equilibrio a volte precario, ma pure riesce a comunicare l’Apocalisse come pochi altri film visti ultimamente al cinema. E se pure alcuni rapporti non sono abbozzati pienamente, riluce – si fa per dire – l’audacia di uno scenario desolato e ferino fino in fondo, che non cede alle facili visioni di tanto cinema del day-after, ma si mantiene originalmente e curiosamente “sobrio”, riuscendo proprio in questo modo ad esplodere la sua distopia.

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