Home > Interviste > Un bacio | Intervista al regista Ivan Cotroneo

Un bacio | Intervista al regista Ivan Cotroneo

Dopo aver raccontato gli anni ’70 attraverso gli occhi del piccolo Peppino nel film d’esordio “La Kryptonite nella borsa”, lo scrittore, sceneggiatore e regista Ivan Cotroneo, classe 1968, torna alla contemporaneità con “Un bacio” (qui la recensione), secondo lungometraggio tratto da suo romanzo omonimo del 2010.

Un film che porta al cinema tematiche di forte attualità come bullismo, omofobia e discriminazione, ma che si propone, prima di tutto, di parlare agli adolescenti di quel periodo della vita così complesso e sfaccettato, fatto di assoluti, di problemi insormontabili e di amicizia, dal punto di vista dei tre giovani protagonisti: Lorenzo (Rimau Grillo Ritzberg), appena arrivato in città e deciso a vivere appieno la propria vita, senza nascondere la propria omosessualità; Antonio (Leonardo Pazzagli), giocare di basket con problemi di apprendimento e un grave lutto alle spalle; Blu (Valentina Romani), giovane donna intelligente ed indipendente, ma considerata dai compagni una ragazza facile.

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Ivan Cotroneo, che ci ha parlato della sua personale urgenza di raccontare la storia di questi tre ragazzi come tanti, alle prese con i problemi che, in qualche modo, riflettono una realtà ben più ampia di quella adolescenziale.

Da cosa nasce “Un bacio”?

L’idea di fare un film su tematiche così attuali non nasce da un calcolo produttivo, ma da un’esigenza personale. Nel 2008 ho letto dell’omicidio di Larry King in California e questa storia mi ha spinto a scrivere un romanzo con dei protagonisti italiani. Questo perché ho 48 anni, sono gay e ho ben presente, attraverso storie che mi sono state raccontate e che conosco di persona, cosa sia il bullismo omofobico. Così, nel 2010, ho scritto un libro sul tema e l’ho portato nelle scuole, venendo a contatto, per i cinque anni successivi, con il mondo dei giovani di oggi. Ho tenuto incontri su omofobia e bullismo, nei quali tanti ragazzi e ragazze mi hanno raccontato le loro difficoltà.

Come è intuitivo capire, non esistono forme di bullismo separate da altre: è esattamente come per le discriminazioni nella società degli adulti, tutte, in qualche modo, collegate e basate sullo stesso odioso schema per cui c’è qualcosa di giusto e qualcosa di sbagliato. Questo meccanismo si trova amplificato tra gli adolescenti.

Ho conosciuto tanti ragazzi che non solo hanno sperimentato o osservato il bullismo da vicino, ma che spesso hanno avuto troppa paura per fare qualcosa. Ho anche incontrato ragazzi che vogliono ribellarsi a questo stato di cose, che lo trovano ingiusto sia alla loro età che nella società degli adulti. La cosa terribile è che noi non possiamo raccontare ai ragazzi che una volta usciti dalle scuole non ci saranno più discriminazioni legate al sesso delle persone e all’orientamento sessuale. La nostra è una società sessista e omofoba, basata sull’apparenza, in cui la furbizia viene valutata più dell’intelligenza, i soldi più della cultura.

Nel libro i protagonisti sono Lorenzo, Antonio e l’insegnante Elena, che osserva gli eventi da un punto di vista adulto. Perché avete deciso di modificare la la storia?

Dar voce a questi ragazzi è stata la cosa che mi ha spinto a voler fare un film su di loro e con loro. Per questo motivo, la storia del film è è cambiata molto rispetto a quella del libro, nel quale c’era il personaggio di una professoressa adulta [Elena, ndr] e di una ex studentessa [Valeria, ndr] che si era sposata. Durante gli incontri nelle scuole, i ragazzi volevano parlare del loro rapporto con le  figure loro coetanee, come quelle di Lorenzo e Antonio. L’ingresso del personaggio di Blu deriva da questo.

I protagonisti del film sono diventati tre, emarginati per diversi motivi: uno considerato lo scemo della scuola, uno perché gay e una perché vista come una ragazza facile, che, per una stagione della vita, attraverso l’amicizia, riescono anche ad essere felici. Questo fino a quando le meccaniche del gruppo e, soprattutto, la paura del giudizio degli altri, non incidono su di loro in una maniera devastante. Ho, dunque, pensato di rappresentare il punto di vista dei ragazzi, senza però escludere il rapporto con le famiglie e gli adulti, che nel film è importante. Volevo raccontare l’entusiasmo e lo spavento delle prime volte: quando tutto sembra bellissimo, partono, come nel film, musiche epiche, immaginazioni, balletti e tutto è fantastico; quando l’insulto ti ferisce, ti sembra la fine del mondo, perché per i ragazzi non ci sono parametri, non sono ancora sopravvissuti a niente e non riescono a contestualizzare.

Come hai scelto i protagonisti?

Ho voluto fare dei casting aperti per coinvolgere anche ragazzi senza esperienza pratica o preparazione alle spalle. Uno di questi, Rimau Grillo Ritzberg, è un ragazzo di 18 anni che frequenta un Liceo Scientifico a Gorizia e non ha fatto scuole di recitazione. Valentina Romani è una ragazza interessata alla recitazione da quando era adolescente che ha fatto dei corsi, ma è un talento naturale. Leonardo Pazzagli studiava recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ci tenevo molto che fossero esordienti. Mi sembrava di poter parlare in modo più diretto ai giovani attraverso persone come loro.

Ne avevo fatto anche una questione politica: viviamo in un Paese che spesso chiede a ragazzi giovani al primo lavoro di avere esperienza e questo è un paradosso. Quindi, non ho guardato i curricula, ma solo quanto fossero giusti per la parte. Dopo aver osservato il talento dei singoli ragazzi nei provini che coinvolgevano tutti e tre i personaggi, mi sono sembrati molto giusti. Durante il film sono diventati amici, quasi fratelli. È stato molto emozionante.

unbacio_9_20160303_1696934222

In un “Un bacio”, film indubbiamente contemporaneo, si possono riconoscere una serie di rimandi alle pellicole di John Hughes, in particolare “Breakfast Club”, o a classici come “Jules e Jim” di François Truffaut. A quali modelli ti sei ispirato?

Hai beccato molti dei miei riferimenti! L’adolescenza è un’età che è stata raccontata al cinema con diverse forme, molte ancora efficaci. Nel film c’è una corsa che è chiaramente una citazione da “Jules e Jim”. “Breakfast Club” è stato un film che mi ha cambiato la vita e che tematicamente vale ancora oggi. Ci sono tanti elementi in cui io mi riconosco e c’è persino un momento musicale. L’idea narrativa alla base, cioè di riunire questo gruppo di ragazzi così diversi tra loro, costretti a passare nel tempo insieme, che, alla fine di una giornata, si ritrovano ad essere amici, mi piace moltissimo.

In “Un bacio” c’è indubbiamente quel tipo di cinematografia, c’è “Stand By Me – Ricordo di un’estate”, ci sono anche riferimenti a film più recenti che mi sono sembrati molto riusciti, da “La famiglia Bélier” a “Noi siamo infinito”, ma anche ad un film straordinario come “Mommy” di Xavier Dolan, omaggiato in una scena in cui, con il pretesto di inquadrare Antonio attraverso l’obiettivo di un telefonino, lo schermo si restringe. Mi piaceva l’idea di inserirmi in un filone che adesso non è più tanto praticato, ma che, quanto eravamo ragazzini, ci ha cambiato la vita. Da regista ho sentito la mancanza di un film young adult di quel tipo, soprattutto italiano.

La colonna sonora sembra scelta con molta cura, tra brani pop contemporanei e musica anni ’80. 

Nel film, i ragazzi scoprono la musica dei loro genitori con un prestito narrativo, aprendo alcune scatole dove sono conservati dei vecchi cd. Una musica che a me piace molto, quella dei New Order, Blondie, Billy Idol, che volevo nel film insieme ad quella contemporanea di Emeli Sandé, Placebo, Lady Gaga e Mika. Ho pensato subito che questo sarebbe stato un film pieno di musica. Infatti, ho allertato i produttori dicendo: «Prenderò degli attori esordienti e il costo non sarà alto, ma per quanto riguarda le musiche sarà un film impegnativo» [ride, ndr].

Nel film non c’è musica di commento. Tutte i brani, anche quelli strumentali (dei Lamb e di Craig Armstrong), sono delle musiche che i ragazzi sentono in quei momenti. Mi sembrava che corrispondesse di più al modo che hanno i ragazzi di guardare alla musica. Volevo cercare in tutti i modi di non avere un atteggiamento paternalistico. La musica di commento che ho provato ad inserire in fase di montaggio mi ha subito la sensazione di osservare i momenti di felicità e tristezza di questi ragazzi da lontano. Ci sono dei brani come “Hurts” di Mika [il cui videoclip è stato diretto dallo stesso Cotroneo, girato nei luoghi del film e con protagonisti, oltre al Mika, i tre giovani attori, ndr] o il nuovo brano degli Stag che si chiama “To the Wonders”, cantato ed intrecciato alle battute della scena. È un modo di ascoltare la musica in cui io mi riconosco, perché mi capita di lavorare o parlare con le persone tenendo uno degli auricolari nell’orecchio, per avere un sottofondo musicale.

Quali reazioni ti aspetti o temi dal pubblico e dalla critica?

Sono molto curioso delle reazioni del pubblico. Vengo da un tour di sei città (Udine, Ferrara Pisa, Genova, Bari, Roma), durante il quale abbiamo presentato il film agli studenti, prima che alla critica. Sono stato molto contento, perché i ragazzi si sono riconosciuti e il film li ha spinti a parlare di queste tematiche. Adesso c’è una forte risposta anche da parte degli adulti, perché si ricollega alla loro adolescenza o perché sono essi stessi genitori e avvertano il pericolo e il mistero di questa età. Più che far un film espressamente per i ragazzi, non volevo fare un film che li escludesse. Spero che arrivi a loro, ma è molto curioso che la maggioranza dei giovani che hanno visto “Un bacio”, alla domanda «Chi vorresti che vedesse questo film?», hanno risposto «I miei genitori».

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai intenzione di dedicarti ancora al cinema per ragazzi?

Adesso sono completamente coinvolto da questo film e dalla risposta dei ragazzi. Ho dei progetti televisivi e continueremo a fare “È arrivata la felicità” con Caudio Santamaria e Claudia Pandolfi. Ho voglia di lavorare ancora con Maria Sole Tognazzi, con cui ho già scritto “Viaggio sola”, ma devo dire che questa esperienza mi ha lasciato la voglia di lavorare ancora con i ragazzi, perché l’entusiasmo di tutte le persone giovani che sono state sul set è stato contagioso. È un mondo bello e divertente da raccontare.

Scroll To Top