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Un “calcio” all’esclusiva…

In questi giorni, la Corte di Giustizia Europea è chiamata a decidere su un caso del tutto singolare, che potrà cambiare il futuro dei calciofili europei.

La FAPL (Football Association Premier League), organizzazione che governa il campionato di calcio inglese di serie A e distribuisce anche i diritti televisivi degli incontri, ha sempre venduto anche all’estero le licenze sui match calcistici interni. Lo ha fatto rilasciando una esclusiva per ogni singolo Stato, ad un unico soggetto, con il divieto, tuttavia, per quest’ultimo, di trasmettere il segnale codificato e di commercializzare le schede di decodificazione al di fuori del proprio Paese. In altre parole: la FAPL aveva, per ogni stato membro, un solo licenziatario e questi non avrebbe potuto rivendere i propri diritti al di fuori del territorio assegnatogli.

Peraltro, i prezzi praticati dalla FAPL erano anche diversi: poiché la Grecia, per esempio, o gli arabi, giovavano di licenze più a buon mercato. E proprio da questi ultimi è partita la rivolta. Perché i licenziatari di tali paesi, in barba agli accordi contrattuali, hanno preso a vendere le loro schede in Inghilterra.
Come c’era da aspettarsi, i gestori dei pub londinesi, attratti dai bassi costi, hanno acquistato tali dispositivi “stranieri”, iniziando a far vedere ai propri clienti dirette televisive in lingua greca o araba. Ma ad un prezzo concorrenziale.

Così la FAPL ha intentato una causa dinanzi l’Alta Corte britannica, al fine di vedere sanzionata tale condotta scorretta. La magistratura tuttavia, ha passato la palla alla Corte di Giustizia Europea, chiedendole di valutare, alla luce del diritto comunitario, la legittimità della clausola di esclusiva territoriale imposta dalla FAPL ai propri concessionari. Ciò in quanto, i provvedimenti finalizzati alla tutela dei diritti esclusivi di trasmissione potrebbero porsi in contrasto con il principio della libera circolazione dei servizi e con il diritto di concorrenza nell’Unione.

Secondo l’avv. Generale della Corte di Giustizia Europea, Juliane Kokott, ogniqualvolta un fornitore di contenuti di programmi rilasci una serie di licenze territoriali esclusive, tali accordi sono idonei a impedire, restringere e falsare il gioco della concorrenza. Queste restrizioni ed ogni eventuale norma che dovesse supportarle, non risulterebbero giustificate dall’esigenza di tutela dei diritti di proprietà intellettuale ma sarebbero solo funzionali alla massimizzazione dei profitti da parte dei titolari dei diritti, praticando condizioni economiche diverse nei singoli Paesi e compartimentando, così, in modo artificioso il mercato unico europeo.

Le conclusioni dell’avv. Kokott sono ancora al vaglio della Corte e, qualora venissero accolte, assisteremmo alla fine dei mercati nazionali di contenuti audiovisivi. A tutto vantaggio del consumatore, che avrebbe l’opportunità di acquistare le schede di decodifica indipendentemente dall’area di provenienza, traducendo questo ventaglio di scelta più ampio in un notevole risparmio economico.

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