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Un caricatore pieno di citazioni

Facciamo un gioco: andiamo alla scoperta dei padri filologici di “Rango“.
Ovviamente è un gioco per divertirci, dato che – come già accennato nella recensione – il film di Verbinski è ben più che un semplice catalogo di sequenze, miti e figure del western. Ma al tempo stesso esse sono anche il suo pane: la bravura dei realizzatori è stata quella di pescare sì a piene mani nel calderone dei topoi del genere, ma al tempo stesso di declinarli poi mescolandoli all’intreccio e all’originale evoluzione del nostro piccolo eroe-fifone-istrione.

Partiamo proprio da lui. Da Rango. Rango non è il suo vero nome. Il suo vero nome… non c’è. Il camaleonte che ci si presente nelle prime immagini del film è un cavaliere senza nome. Pallido, anche, visto che non cambia colore a dispetto della sua razza. Ed è così che quando questo (finto) pistolero giunge nella cittadina di Dirt il nome se lo autoassegna strappandolo dall’etichetta di una bottiglia del saloon. Rango è un’invenzione o forse la possibilità del piccolo camaleonte di diventare altro da sé… per scoprire in realtà chi sia veramente e dunque riappropriarsi di se stesso fino a permettersi di identificarsi sinceramente nel suo nome inventato sulla base delle azioni.

Dunque egli è il cavaliere pallido, o se volete lo straniero senza nome. Capite dove voglio arrivare? In un attimo Verbinski tira dentro “Per Un Pugno Di Dollari“, “Il Cavaliere Pallido” e “Lo Straniero Senza Nome“.
Cosa li accomuna? Ovviamente Clint Eastwood, la cui raffigurazione “simbolica”, nel sogno di Rango, assurgerà (con giusta motivazione) allo spirito stesso del West, in quanto ne incarna buona parte: la prima scardinazione-rilettura leoniana e la seconda (quasi) definitiva pietra tombale da lui stesso posta nei suoi film da regista.
Ma non fermiamoci qui. Approfondiamo il primo elemento: Sergio Leone (e lo spaghetti western).

Da un lato, infatti, troviamo la questione “sociale” della povera gente contro i capitalisti del “Quien Sabe?” di Damiani dall’altro l’ironia caciarona di Barboni e dei suoi Trinità, ma entrano dentro anche la visione più cupa di Sergio Corbucci (specie nel primo arrivo di Rango nel saloon) e ovviamente tanto tanto tanto Sergio Leone: il regista stesso confessa di essere cresciuto coi suoi film. E si vede.
Vogliamo fare un elenco? Facciamolo.
[PAGEBREAK] La città di frontiera tra USA e Messico dei primi due film della trilogia del dollaro, con annesso lo straniero senza nome che viene a portare scompiglio, vestito ovviamente del mitico poncho; una generale attenzione per la raffigurazione dei comprimari (con la presenza dell’immancabile becchino molto indaffarato a produrre continuamente il suo prodotto più venduto), un gusto barocco che insiste sui tratti dei pistoleri come dei peones-gallinacei, l’uso insistito del primissimo piano che si scontra/oppone al campo lungo e si fonde con esso, la ricerca dell’inquadratura poi c’è tutta la fetta che omaggia “C’Era Una Volta Il West“: il sindaco John (la tartaruga) se omaggia (insieme alla siccità e al delitto “umido” in suolo deserto) “Chinatown“, facendo il verso a John Huston, è anche un chiaro riferimento al menomato Morton, affarista del West che baratta il mito per corromperlo con il ferro della modernità; la donna proprietaria terriera minacciata dal magnate e difesa dal pistolero solitario e straniero; Jack Sonagli, il pistolero che si allea al denaro sonante, indossa l’identico cappello nero che era stato di Henry Fonda/Frank… e via discorrendo.

Ma ovviamente c’è anche tanto western classico, da Ford a Hawks, per fermarci ai due nomi più altisonanti.
Il primo campeggia innanzittutto negli scenari da vertigine della sequenza più action, nell’inseguimento della banda di fuorilegge che come indiani aerei piombano sui nostri (“Sentieri Selvaggi“, “Il Grande Sentiero“). Il secondo offre soprattutto lo spunto da commedia: i battibecchi tra Rango e Beans ricalcano vagamente quelli tra lo sceriffo Wayne e la gambler Angie Dickinson di “Un Dollaro D’Onore”.

E ancora ovviamente l’immancabile “Mezzogiorno Di Fuoco“, con tanto di duello classico al centro del paese, le bande selvagge di Peckinpah, il rapporto ambiguo (amicale/conflittuale) tra lo straniero e il paese lontano come in alcuni titoli di Anthony Mann… e via ancora.
Le citazioni potrebbero continuare, per il gusto della ricerca e del divertimento; ciò che però è ancor più importante sottolineare è la forza, il dinamismo, la naturalezza con cui tutti questi elementi sono shakerati tra loro per dare luogo a una pellicola nuova, originale pur nel suo continuo omaggio al genere. Verbinski ha fatto proprio centro, e dopo alcuni blockbuster riesce finalmente a coniugare il cinema per tutti con più raffinate esigenze d’autore.

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