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Un cult del cinema indipendente

Il regista danese Nicolas Winding Refn, nuovo enfant sauvage del cinema indipendente nordeuropeo, applaudito a Venezia per l’horror “Valhalla Rising”, torna in Italia con “Pusher“, la spietata trilogia criminale che lo ha lanciato in tutto il mondo. In esclusiva al Nuovo Cinema Aquila di Roma è in proiezione, oltre ai primi due film della saga iniziata nel ’96, e già usciti in home video, il terzo capitolo, “Pusher 3 – I Am The Angel Of Death” (2005).

Micro-grandi produzioni di un cinema ingiustamente poco visibile in Italia, e che hanno invece girato il mondo, partendo dal Rotterdam Filmfestival e passando a Toronto, fino a trovare un presidio culturale nel Nuovo Aquila – bene confiscato alla mafia e restituito alla collettività dei cittadini ormai da qualche anno, in un quartiere popolare, il Prenestino, in cui le lamiere d’asfalto della tangenziale sono ben piantate sulla testa, ma che allo stesso tempo ha conosciuto una riqualificazione e un rilancio notevole. Il legame del regista danese con l’Italia è però di antica data e conferma il legittimo sospetto che potrebbe essere suscitato nel cinefilo esperto dalla dimensione fascinativa dei suoi film: Refn è infatti un amante e un cultore del cinema italiano di genere degli anni ’70, soprattutto del noir, e uno dei suoi registi-culto è Sergio Sollima, a cui il Nuovo Aquila ha dedicato la proiezione di “Città Violenta”, in una copia messa a disposizione dal Centro Sperimentale di Cinematografia, ma curiosità vuole che Refn lo possieda in tutti i formati possibili, addirittura un 16 mm.

Sarebbe in realtà inappropriato definire “Pusher” una saga, per il taglio documentaristico e scabro, ma non per questo privo di un raffinato senso estetico, che non si preoccupa affatto di rendere in qualche modo epici i suoi personaggi, luridi e molto realistici. La trilogia racconta un sottobosco criminale metropolitano, su cui si staglia una fauna umana degradata e indifferente al degrado in cui vive, i cui rapporti conoscono solo le regole dell’utile economico, neanche queste cifre enormi, mosse dal traffico di droga.

I primi due episodi sono incentrati rispettivamente su Frank e Tony, soci in affari. Il primo è un “dritto”, il secondo è la “spalla”, un po’ sempliciotto e quindi facile da fregare. Ma è proprio a Tony, denigrato da tutti, padre per primo, che Refn concede una possibilità di riscatto. Nessun buonismo, Tony scopre di essere padre ma ci gioca a scaricabarile con la madre, esploderà contro il padre, ma alla fine compie un atto di responsabilità, gesto liberamente scelto, forse, significativamente, il primo della sua vita.
L’episodio più estremo è il terzo, incentrato sulla figura di Milo, spietato trafficante serbo che ha fatto fuori Frank e che ora si divide tra circoli di recupero per tossici e la vecchia vita che sbarra prepotentemente le porte. Neanche gli affetti familiari sono d’aiuto, anzi, sono più avidi dei padri. Se poi ci si mette di mezzo anche un manipolo di giovani immigrati che minacciano il controllo della piazza, Milo non può non regolare i conti con la sua vita. Bello e sadico. Alcuni potrebbero trovarlo disturbante, c’è una sequenza estenuante molto forte, che ricorda un po’ una scena di “Fargo” dei fratelli Coen. Ma ciò che colpisce è che il ribrezzo ad un certo punto si trasforma in una sorta di indifferenza ipnotica, come se non riuscissimo a fare a meno di guardare qualcosa che in fondo sappiamo terribile, ma che ci coglie stolidi, indifferenti appunto, esattamente come i personaggi sullo schermo, per i quali la violenza è pane quotidiano.

Refn manipola sapientemente il linguaggio cinematografico. La spettacolarità, il gusto per l’eccesso non gli appartengono. E questo tipo di approccio probabilmente è il più proficuo per raccontare storie di (stra)ordinaria violenza. Presentandola come ordinaria, e lasciando vago, ma ben presente a sostenere la tensione narrativa, il fascino del male, ovvero il potere illusorio che dà.

Al Nuovo Aquila, quest’inverno, verranno proiettati anche i due più recenti film di Refn: “Bronson” e “Valhalla Rising“, che portano alle estreme conseguenze la sua visione “cannibalica” del mondo.

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