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Un fantastico via vai, la nuova commedia di Leonardo Pieraccioni

Quello tra il nuovo segretario del PD Matteo Renzi e Leonardo Pieraccioni è sicuramente il paragone del momento. E la analogie continuano. A qualche giorno dall’elezione del primo, arriva nelle sale il nuovo film del secondo, l’ennesima variazione sul tema “sindrome di Peter Pan”, ultraquarantenni in crisi che rimpiangono la beata gioventù passata. Ma, questa volta, Pieraccioni tenta di chiudere una fase della sua carriera per aprirne, probabilmente, un’altra.

In un “Un fantastico via vai“, in uscita nelle sale in questo fine settimana, interpreta Arnaldo Nardi, un impiegato di banca dalla vita, apparentemente, perfetta. Bella moglie, figli, un lavoro sicuro. Che un personaggio così abbia una crisi di qualunque tipo ritengo sia profondamente immorale nell’Italia di oggi,  ma stiamo parlando di una favola, quindi andiamo avanti senza perdere la pazienza (per ora).

Per un equivoco la moglie, interpretata da un’algida Serena Autieri che tenta di far ridere parlando in napoletano (velo pietoso), lo ritiene colpevole di tradimento. E al buon Arnaldo/Leonardo viene in dieci secondi netti un’idea geniale: andare ad abitare in una camera in affitto insieme a dei giovani studenti. Che sono tutti belli, forti, stereotipati, ottimisti e bidimensionali come delle figurine Panini (tranne una, a dire il vero: la sicula in trasferta per partorire interpretata da Marianna Di Martino).

Inizialmente rifiutato e visto come un “matusa”, Arnaldo saprà dispensare consigli a ognuno dei suoi coinquilini, fino al finale naturalmente iperpositivo. Non sono spoiler, se avete visto anche solo uno degli altri film di Pieraccioni la trama la conoscete già. Con una grossa differenza: qui non c’è nessuna modella sudamericana da impalmare.

La sciatteria di regia, recitazione e messa in scena probabilmente non è e non sarà mai un problema per il pubblico fedele che, ogni due Natali, vuole solo vedere il buon Leonardo attorniato dalla cerchia di amici comici e da qualche bella attrice. Dobbiamo riconoscere a Pieraccioni di essersi mantenuto negli anni sempre un passo sopra il livello di guardia, distante dal pecoreccio parolacciaro dei suoi contendenti Filmauro e Medusa. Ma questa volta il livello è davvero basso.

Nessuna comparsata funziona, nemmeno il solito sodale Massimo Ceccherini, nemmeno la new entry Marco Marzocca che sembra imbalsamato, nemmeno un insopportabile Panariello. Solo Maurizio Battista porta minimamente a casa qualche risata, grazie più all’innata simpatia che alle battute che pronuncia. Ci sono sbavature registiche madornali: ad un certo punto assistiamo ad un dialogo con continui dettagli sulle mani di Pieraccioni che lava i piatti, ci aspettiamo continuamente che da quelle mani e da quei piatti scaturisca una gag, e invece niente. Due, tre momenti divertenti comunque nel film ci sono, in particolare l’autocitazione della corsa fuori dal ristorante de “I laureati” è l’unico in cui è plasticamente rappresentata l’inadeguatezza del personaggio alle situazioni in cui si viene a trovare.

Molto più divertente del film la conferenza stampa di presentazione con tutto il cast, io butterei tutto e farei uscire questa nelle sale. In un’atmosfera rilassata e compiacente (non una domanda scomoda, niente diverso dagli elogi, la stampa italiana è questa), Pieraccioni ritrova la verve di “entertainer” da fiera di paese e intrattiene la platea con frizzi e lazzi. Dice di aver paura dell’uscita concomitante de “Lo Hobbit”, ma dice di avere un mostro ben più potente da contrapporre: lo Ceccherini. Molto sottolineato il cambio di sceneggiatore, dal fido sodale Giovanni Veronesi a Paolo “Immaturi 1&2” Genovese. È proprio la sua presenza, probabilmente, a causare l’abbassamento qualitativo rispetto alla media pieraccioniana: il suo script, le sue idee, non sono sembrate molto in sintonia con quella che ormai è una vera compagnia itinerante guidata da un ingombrante capocomico.

Pieraccioni sottolinea anche la sua personale convinzione di aver creato una nuova coppia comica, quella formata da Marzocca&Battista: convinzione fondata sul nulla, i due insieme non funzionano per niente. Altro manifesto al buonismo pieraccioniano è uno degli aneddoti di lavorazione snocciolati durante la conferenza; la frase “Ma quanto siete belli” rivolta ai suoi giovani coinquilini pare sia uscita spontanea sul set, con il regista travolto da un insolito moto di amore e di invidia al contempo. Ceccherini porta stancamente anche qui la sua maschera di “maledetto”, interrompendo continuamente tutti, alzandosi e berciando insulti alla camomilla. Riassumendo, assistendo alla convinzione e all’orgoglio con cui il film è presentato ai giornalisti, non ci si aspetterebbe mai di trovarsi di fronte a quello che poi il film è realmente. O forse non ce lo si aspetterebbe in un Paese “normale”. Da noi conta solo l’incasso, soprattutto quello del primo weekend, una spada di Damocle che appiattisce tutto in nome dell’aggressività della campagna pubblicitaria e del numero di copie con le quali si occupano i cinema (Checco Zalone insegna).

Chiudiamo circolarmente tornando al paragone iniziale. Auguriamo a Matteo Renzi d’incidere significativamente sulla storia di questo Paese, più di quanto abbia fatto Pieraccioni nella storia della commedia italiana. L’impressione, però, è che, anche in questo caso, oltre un inutile “ciclone” non si vada.

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