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Un Festival rock ed autorale

Un festival fuori dagli schemi che si muove al ritmo di rock (italiano e americano): le rock star presenti fuori concorso alla 68esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia rischiano infatti di fare le scarpe ai film della sezione competitiva che pur vantano grandi nomi.
Un festival a tutto tondo, dunque, che prende respiro dal passato dove quello che è stato potrà tornare con una rinnovata freschezza stilistica. Nuove trame sperimentali trovano giusta collocazione in un cinema in divenire che vive una nuova fase evolutiva e sembra recuperare la grandezza di un tempo.
«Nuove forme vengono saggiate, nuovi registi istituiti» mentre il cinema recupera la propria essenza nella centralità dell’immagine de-costruita a vantaggio di una poetica ritrovata.

Questi i presupposti di una Mostra che per molti versi sorprenderà attraverso l’intreccio d’inaspettate contaminazioni. Il merito, verosimilmente, va anche al pubblico che, sempre esigente, ha ritenuto fosse d’obbligo una ventata di cambiamento. E gli addetti ai lavori hanno risposto.
Novità sotto il profilo tecnico-organizzativo, resta però l’amaro in bocca per un Palazzo del Cinema, rimasto incompleto, causa gli eccessivi costi. È di conforto tuttavia l’idea di trovare una Sala Grande tornata «ai fasti degli anni Trenta», per citare Baratta.

«È un Festival che sentiamo più nostro rispetto alle altre edizioni; che ci assomiglia di più», dice Marco Müller.
«Abbiamo sentito il calore ed il sostegno di produttori e distributori, sintomatico della voglia di voler scommettere e di investire nuove risorse, oltre ovviamente a quello di registi, attori, artisti e cineasti con cui solitamente la comunicazione è aperta. Davvero è un festival che è stato riportato ad antichi splendori.
La mostra deve creare una visibilità che consenta una sorta di altalena continua tra il potere d’attrazione estetico immediato, ravvisabile nelle opere, ed il valore di mercato che interessa non solo ai portatori ed i distributori ma anche al pubblico, componente chimica necessaria che consente ai film di arrivare lontano».
[PAGEBREAK] Dai partner nascono poi nuovi premi, ecco allora il “Gucci Award for Women in Cinema” che celebra il merito di un’artista donna in campo cinematografico e che quest’anno vede candidate Caroline Champetier (direttrice della fotografia, “Of Gods and Men”), Jessica Chastain (attrice, “The Tree of Life”), Federica Pontremoli (sceneggiatrice, “Habemus Papam”), Nansun Shi (produttrice, “Detective Dee and the Mistery of the Phantom Flame”), Athina Tsangari (regista e produttrice, “Attenberg”).

Il Premio 3D di Persol è stato invece vinto da Zapruder, un collettivo di cineasti romagnoli il cui lavoro si distingue per originalità e metodo volto alla contaminazione tra arti visive performative e cinematografiche. L’approccio indipendente e artigianale di Zapruder combinato con la ricerca e l’uso creativo del 3D danno luogo a progetti di cinema espanso che combina insieme arti figurative, cinema e teatro e nel quale lo spettatore si immerge in perturbanti abissi tattili, visivi e sonori.
È stato un peccato che i giornali nazionali non gli abbiamo dedicato la giusta attenzione.

Certo il passato è fondamentale e scavare verso orizzonti rivolti al passato fa riscoprire cineasti scomparsi che risultano più contemporanei di autori di oggi e ci aiutano a capire il mondo del 2011: “L’Italia nel cinema” porta a Venezia il restauro di grandi pellicole con un omaggio a Roberto Rossellini (“India, Matri, Bhumi”).
A Venezia anche “We cannot Go Home Again” di Nicholas Ray, «un film particolarissimo e mostra in che modo agli inizi degli anni settanta i grandi cineasti di quegli anni si cimentavano con la condivisione e le immagini all’interno di un piccolo schermo da cui attingere un bagaglio che trova un riscontro nel presente; la capacità di fare cinema sia una categoria dello spirito e non un fatto di anni.
Un film notevolissimo che, per l’eccezionalità del caso abbiamo deciso di non mettere in concorso, è il primo film della cinematografia di Samoa, “O le Tulafale” di Tusi Tamasese presentati nella sezione “Orizzonti”. Film che è stato finanziato quasi interamente con capitali neozelandesi. Si può quindi dire che i capitali sono esterni ma il regista, lo sceneggiatore e gli attori sono di Samoa e il film aggiunge una nuovo scenario alla cinematografia presente a Venezia».

Ad arricchire il programma la sezione speciale “Cinema e diritti umani“, una due giorni di proiezioni di film e di incontri di approfondimento; fa evento a sé la proiezione di “This Is Not A Film” realizzato in clandestinità da Jafar Panahi e Mohammad Mirtahamasb, diario della paradossale condizione di Panahi, maestro di cinema internazionale, costretto dal regime di Teheran all’inibizione de suo mestiere. L’anteprima assoluta italiana del film sarà presentata da Rai Cinema.
Ci sarà poi “Io Sono (La Tratta)” di Barbara Cupisti, film-documenatario sul commercio di schiavi nel nostro Paese, prodotto da Rai Cinema con il patrocinio di Amnesty International.
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Dei personaggi famosi quali registi o attori hanno già confermato la propria presenza al Lido?
Non sappiamo con certezza assoluta chi presenzierà alla Mostra. Sappiamo che, in linea di massima, tutti gli artisti saranno presenti compatibilmente con i loro impegni di lavoro. Non sono informazioni che in questo momento possono risultare verificabili.

Il film a sorpresa, cosa può dirci di più a riguardo a verso quale scelta siete indirizzati?
Quello che posso dire è che mai come quest’anno abbiamo trovato una vitalità nel cinema sudamericano che si traduce appunto in una presenza molto importante per i nuovi cineasti dell’America del Sud e Centrale. Penso che si privilegerà una pellicola che in questo momento evidenzia delle difficoltà produttive, da cui cercheremo di liberarlo dandogli una possibilità in più per essere visibile. Vedremo se riusciremo a fare la scelta giusta.

Restando solo sul concorso, quali sono le linee guida nella scelta dei film di questa nuova edizione del festival?
Soltanto film belli, quelli in grado di catturare, di far pensare e far sognare, capaci di lasciare qualcosa all’interno di ognuno di noi. Anche se già immagino i titoli dei giornali: “Una Mostra extraterrestre” magari per il film di Gipi che è un film particolarissimo così come il romanzo da cui è tratto; non è esattamente un film di fantascienza ma è un film d’autore che in qualche modo delinea le colpe nostre e mostra come, effettivamente, i veri extraterrestri siamo diventati noi e poi abbiamo invece un film di genere come quello dei fratelli Manetti.

Se quest’anno, così come da un po’ di anni, troviamo in concorso solo tre film italiani e cinque film internazionali è un caso oppure è una strategia per rendere il Festival più internazionale?
Il nostro rapporto con il cinema americano non è arrivato da poco o addirittura negli ultimi giorni. Sicuramente il nostro rapporto con i film internazionali è stato sempre molto buono.
Non c’è dubbio che quando parliamo di cinema che arriva dagli Stai Uniti non stiamo parlando di filmetti che troviamo il giorno dopo in tutte le sale di tutto il mondo; stiamo parlando di un cinema diverso che avrà uno proprio spazio e mostrerà fino a che punto un film riesce a parlare dell’oggi con spirito critico. C’è, quindi, bisogno di Abel Ferrara che fa un film sulla fine del mondo, addirittura.
Anche i grandi professionisti italiani sono la punta di diamante del Festival, a aprtire da Ermanno Olmi che non c’è stato verso di avere in concorso. Abbiamo cercato di convincerlo alla gara anche con la polenta primigenia di Maranello, ma invano.
[PAGEBREAK] Sono tutti in anteprima mondiale in film in concorso?
Tutti i film della sezione ufficiale sono in anteprima mondiale, è la prima volta che succede all’interno della Mostra.

Berlino qualche anno fa ha dimostrato che le rock star a volte sono più ponte e preparate di quelle hollywoodiane. Quest’anno probabilmente la vera superstar del Lido sarà Madonna.
Quanto ha pesato la fama della cantante sulla scelta di avere il film alla Mostra?
Anche le rock star posso essere dei bravi registi e possono avere un’intelligenza comune a molti che fanno abitualmente questo mestiere.
Il film di Madonna, “W.E.”, distribuito da Archibald, e la sua opera seconda e non è sicuramente il film che immaginate, ma parte da una costatazione dolorosissima della vita, «il mio dolore è diventato il vostro, da cui sono condannata a vivere per tutto il resto della mia vita fino alla mia morte», non mi pare un approccio banale.
Va fuori concorso perché è un evento di per sé. Quello stesso giorno, il primo settembre, ci sarà un altro film di un signore che si chiama Roman Polanski con “Carnage” che purtroppo non sarà a Venezia per ragioni giudiziarie e sarà proiettato prima del film di Madonna.
Visto che ha parlato di musica e rock altro evento importante è il rockumentary “Questa Storia Qua ” di Alessandro Paris e Sibylle Righetti, su Vasco Rossi, autobiografico. Cosa straordinaria dato che il rocker ha accettato di raccontarsi attraverso un film. Anche questo dimostra come ci sia un’intensa interazione tra video arte, rock e cinema. Un film che può affascinare gli spettatori più smaliziati.

Tanta la soddisfazione dinanzi ad un programma così succulento che, come precisa lo stesso Müller, è il riflesso più o meno diretto della fortissima stilizzazione di quello che siamo oggi nell’intimità delle nostre dimore o nelle circostanze più o meno buone, sempre sospese tra passato e presente.

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