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Un film ad altezza di bambino

Reduce da uno strepitoso successo in Francia, “Il Piccolo Nicolas E I Suoi Genitori” arriva il 2 aprile nei cinema italiani distribuito dalla Bim. Il film è l’adattamento per lo schermo de “Le Petit Nicolas”, una serie di racconti umoristici illustrati diventati un classico della letteratura per ragazzi e nati nel 1959 dalla fantasia dell’autore René Goscinny e del disegnatore Jean Jacques Sempé. Il regista e sceneggiatore Laurent Tirard ci ha parlato del suo film.

Qual è il segreto della longevità delle storie del piccolo Nicolas?
Senza dubbio è dovuto al talento dei suoi autori, Goscinny e Sempé. C’è qualcosa nella scrittura e nelle vignette de “Le Petit Nicolas” che riporta immediatamente il lettore, e oggi il pubblico delle sale, alla propria infanzia. Quando un adulto scrive un racconto o realizza un film sui bambini spesso finisce col descrivere il loro mondo con uno sguardo di superiorità e benevolenza tipici dell’età adulta. L’intuizione di Goscinny è stata quella di scrivere storie ad altezza di bambino, ponendosi al loro livello e adottando il loro sguardo. In questo modo i bambini si riconoscono immediatamente nei personaggi e gli adulti si ritrovano catapultati indietro nel tempo come per magia.

È stato difficile lavorare con tanti bambini?
Sì, soprattutto perché volevo dei bambini che non avessero mai lavorato su un set. Volevo catturare la magia e la spontaneità di un gruppo alla prima esperienza. Sono state riprese lunghe e difficili: i bambini mantenevano la concentrazione per non più di quattro ore al giorno e ci siamo dovuti armare di tanta pazienza. Ma quando riesci ad ottenere quello che vedete sullo schermo è qualcosa di talmente bello da farti dimenticare ogni difficoltà.

Quanto è importante nel film l’ambientazione d’epoca?
La prima domanda che ci siamo posti era se adattare all’oggi questi racconti oppure no. Ma ci siamo resi conto che gran parte del loro fascino sta nel fatto che sono ambientati non tanto negli anni ’50, quanto in un mondo assolutamente fittizio ed irreale. Un mondo in cui i bambini non dicono parolacce, non c’è violenza e i genitori non divorziano. Il decor e lo stile degli anni ’50 si prestavano benissimo per rendere questo mondo fiabesco. Già considerate demodé all’epoca della loro pubblicazione, queste storie risvegliano in tutti la nostalgia per l’infanzia come periodo in cui si è portati a vedere il mondo come un luogo perfetto. E negli anni ’50 si credeva che il futuro sarebbe stato roseo per tutti e non ci sarebbero state più guerre: una prospettiva che coincide perfettamente con lo sguardo che un bimbo come Nicolas ha sul mondo.

Il film si apre e si chiude con la fotografia di classe.
Il primo racconto iniziava proprio così e mi sembrava un ottimo modo per rendere omaggio al testo originale. È un’immagine molto rappresentativa di tutta la serie anche perché inquadra la volontà degli adulti di mettere i bambini in ordine, farli stare tranquilli e contenere la loro energia. Ma c’è anche un significato simbolico: se nella foto iniziale Nicolas è l’unico serio e pensieroso in mezzo a tanti bambini sorridenti, in quella finale sorride anche lui perché ha finalmente scoperto cosa vuole fare da grande.

È molto interessante la rappresentazione dell’angoscia del figlio unico rispetto all’arrivo di un fratello.
Volevo fare un film per bambini non edulcorato, che non raccontasse solo cose belle ma anche argomenti seri e preoccupanti. E quale poteva essere la cosa peggiore per il piccolo Nicolas se non l’arrivo di un fratello e la paura di perdere lo status di imperatore della casa? Ho deciso di costruire la storia proprio su questo tema anche se non è presente nei racconti originali. La struttura aneddotica dei racconti non avrebbe potuto funzionare al cinema. Occorreva un tema universale in cui i tutti bambini potessero riconoscersi. Un tema abbastanza forte che tenesse insieme la storia e reggesse l’intero film.

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Crede che Nicolas possa essere considerato una specie di Antoine Doinel per bambini?
Nicolas è l’antitesi di Antoine Doinel. Ne “I Quattrocento Colpi” Truffaut mostrava l’infanzia nel suo realismo più puro, sottolineandone gli aspetti più cupi ed oscuri. “Le Petit Nicolas” resta comunque una fiaba e gli aspetti più forti e seri sono mascherati dietro lo scherzo, il gioco e la poesia. Sono due modi diametralmente opposti di raccontare l’infanzia.

Cosa le manca di più della sua infanzia?
La motivazione principale che mi ha spinto a realizzare questo film era la nostalgia per la mia infanzia: ho immaginato che dirigere “Le Petit Nicolas” mi avrebbe riportato indietro nel tempo. Quando sei bambino sei convinto che nella vita tutto è possibile. Poi ti rendi conto che non è così. È questa la cosa che mi manca di più.

Il bimbo che interpreta il ruolo di Joachim, uno degli amici di Nicolas, ha il suo stesso cognome. È un suo parente?
È mio figlio! È stato lui a voler partecipare al film non appena ha saputo che avrei portato sullo schermo i racconti del piccolo Nicolas. All’inizio non voleva imparare il monologo e fare il provino, ma nel vedere i video degli altri bambini ha cambiato idea. Agli addetti al casting è piaciuto molto e abbiamo deciso di assegnargli un piccolo ruolo, in modo da non creare troppa pressione per me e per lui sul set.

Crede che un bambino come Nicolas potrebbe sopravvivere alla volgarità del nostro tempo?
Sono sicuro che anche oggi ci siano bambini come Nicolas e i suoi amici. Quando ho proiettato il film nelle scuole mi son reso conto che i ragazzi capiscono subito che quello sullo schermo è un altro mondo, ma questo non gli impedisce di immedesimarsi con i personaggi. Cambiano i vestiti e le epoche, ma i bambini e i loro problemi restano sempre gli stessi.

Sta pensando ad un sequel?
Ci sarebbe il materiale sufficiente per inaugurare una saga. Ma il problema fondamentale è che, a differenza di Harry Potter, il piccolo Nicolas nei racconti ha sempre la stessa età, non cresce mai. Si dovrebbe fare un sequel con un altro protagonista e con un cast completamente diverso. Non so se il pubblico apprezzerebbe una cosa del genere. Ed io stesso non so se avrei voglia di ricominciare daccapo questa avventura con altri bambini dopo essermi affezionato così tanto al primo cast.

È vero che sta lavorando al prossimo film di Asterix?
Sono in fase di scrittura. Non ho ancora pensato al casting anche se i media in Francia hanno sparato tutti i nomi possibili ed immaginabili. Avrei voglia di cambiare sia il tono del film che gli attori, ma non so fino a che punto mi sarà possibile.

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