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Un immenso jazzista nel corpo di un freak

Chi ha detto che la malattia è sempre fonte di limitazioni, svantaggi e immani sofferenze? L’esperienza umana e artistica di Michel Petrucciani (Orange 1962, New York 1999), pianista francese acclamato fra i più grandi del jazz di tutti i tempi, ne è una evidente controprova.
Affetto da osteogenesi imperfetta, una malattia genetica che colpisce irreversibilmente la struttura ossea provocando deformazioni, nanismo ed un’estrema fragilità dello scheletro, Petrucciani è riuscito a fare del suo handicap la sua forza grazie ad un incredibile talento musicale e ad una vitalità straordinaria.
«Il mondo non è fatto per i piccoli – diceva – Invece di essere una stranezza ho capito subito che dovevo essere un’eccezione».

E che eccezione. A tre anni cantava a memoria tutte le melodie dei dischi jazz del padre. A quattro anni pretendeva già di essere preso sul serio quando distrusse con un martello il pianoforte giocattolo che gli era stato regalato e ne chiese uno vero. Talento precocissimo, suonava dieci – dodici ore al giorno e dallo studio della musica classica passò presto a quello del jazz. A tredici anni si esibì in pubblico per la prima volta e fu solo l’inizio di una carriera irripetibile che lo portò dall’Europa agli Stati Uniti a suonare con
i più grandi musicisti jazz. «Non gli si poteva dare un’età, ma si capiva che era impastato di musica».

Oggi, a dodici anni di distanza dalla morte, il regista inglese Michael Radford ricostruisce la vita di «un talento così grande chiuso in un corpo tanto piccolo» nel bel documentario “Michel Petrucciani – Body & Soul” ripercorrendo le tappe fondamentali della sua carriera attraverso materiali di repertorio, filmati delle esibizioni ed interviste allo stesso Petrucciani, alle sue (tante) donne e agli artisti con cui ha collaborato. Il risultato è il ritratto a tutto tondo di un’artista bigger than life nonostante l’aspetto da freak, una personalità debordante e flamboyant, un carattere eccentrico ma anche egoista e spesso crudele. I momenti più interessanti del film sono infatti le testimonianze degli amici e delle donne, mogli ed amanti, che si trovavano a fare i conti, calato il sipario, con gli aspetti più difficili del suo carattere.
Ma ad emergere è anche l’incontenibile entusiasmo di Petrucciani per la musica e la lucidità e l’ironia con cui parla della sua condizione: «chi lo dice che tra te e me il vero diverso sono io?»; «a volte penso di essere l’unica persona normale in un mondo di giganti».

Fu la malattia a permettergli di dedicarsi alla musica senza distrazioni, e, per assurdo, a concedergli di divertirsi e di amare senza freni e senza regole.
«Devo fare in fretta perché non ho molto tempo», disse una volta.
Affamato di vita, provò tutto, alcol e droghe compresi, ed ebbe due figli, il primo dei quali affetto dalla stessa malattia. Sul palcoscenico, come se fosse divorato da un demone, non sapeva mai quando fermarsi, rompendosi ripetutamente le ossa delle dita o delle braccia. Ma è proprio grazie a quelle mani così grandi e a quella struttura ossea tanto leggera e fragile che poté sviluppare una tecnica straordinaria, fatta di ritmo, agilità e limpidezza irripetibili. Oltre alla consapevolezza di sé e al fuoco interiore dell’arte, che arde, consuma e per sempre brilla.

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