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Un’inezione di sogni endovena

Fondamentalmente questo report è privo di senso. Quando si parla di gruppi come i Sigur Ros – anzi, dei Sigur Ros, perché non esistono altri gruppi come i Sigur Ros – i criteri secondo i quali viene giudicato un concerto si trasfigurano. Tecnica, esecuzione, set list: tutto passa in secondo piano rispetto alle emozioni.
Che senso avrebbe, quindi, cercare di districare questo contorto groviglio emozionale, quando gli stessi Sigur Ros non ci sono riusciti attraverso i loro album? Perché, mai come in questo caso, la già superlativa proposta musicale ascoltabile su cd è elevata ad un piano d’esistenza completamente differente.
Che senso avrebbe raccontare il bagaglio di sogni che questi islandesi vi iniettano direttamente nelle vene fluttuando attraverso la loro discografia? Poco importa se il concerto è durato solo un’ora e mezza ed altrettanto trascurabile è non aver goduto di alcuni brani-simbolo come “Njósnavélin” (conosciuta anche come “Untiteled 4″ dall’album ()), fagocitati dall’ultimo album.
Come potrei trasmettervi il vibrare della carne all’unisono con gli archi delle Amiina? Oppure coinvolgervi nell’infantile meraviglia che si è dipinta sui volti all’ingresso della banda di fiati, evocata sul palco per sostanziare la ricchezza di arrangiamenti di “Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust”?
Avrebbe senso descrivervi l’umore che prova ad infrangere gli occhi quando la band sale sul palco e tesse le trame di “Svefn-G-Englar”? Non credo. E credo che nessuno dei numerosi presenti all’Auditorium (sold out, ovviamente) ci riuscirebbe. O forse ci riuscirebbe Lucio Dalla, che era seduto dietro di me. Chissà.
“Sogno” è l’unica parola che potrebbe azzardarsi a descrivere una simile esperienza. Un sogno struggente come quello in cui ci trascina “Olsen Olsen”, o un esilarante volo sulle note di “Gobbledigook”, con la banda che suona i tamburi e tutto il pubblico in piedi a battere le mani. Un sogno che non manca di venarsi d’incubo, come nella tempesta emotiva scatenata dall’encore, quando la dolcissima “Hafsol” si sublima in un’apocalisse di archi, ottoni e ricorsive distorsioni.
Neanche i musicisti ci sono d’aiuto nel mantenere un contatto con la realtà. Perché Jónsi non può essere reale, quel folletto post rock che salta da uno strumento all’altro senza sosta – chitarra, tastiere, xilofono, chitarra-suonata-con-arco-di-violino, organo Hammond. E dietro di lui l’esagitato batterista e i più flemmatici ma non meno eterei Kjarri e Goggi, che spesso si scambiano gli strumenti. Una cangiante fania completata dalle apparizioni intermittenti di altri dieci strumentisti.
L’unica cosa che invece si concretizza è la convinzione che i Sigur Ros siano un band unica, sicuramente tra le migliori degli ultimi dieci anni e probabilmente tra le migliori di sempre. Ma di questo non ne sono certo. Per maggiori informazioni chiedete a Lucio Dalla.

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