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Un italiano piccolo e scuro

Gabriele Vacis e Aram Kiam era al Teatro Libero di Milano con “Mi chiamo Aram e sono italiano“, il cui tema è già chiaro sin dal titolo. Aram ha il papà iraniano, la mamma romana ed è cresciuto a Synagosity (Sinago Milanese, alla fine, Busto Arsizio), culla della Lega Nord. Racconta la sua infanzia negli anni ’80 quando i ragazzini abbronzati erano rari, e — anche le maestre — lo chiamavano Gheddafi, e la sua giovinezza in un mondo fobico nei confronti del terrorismo (quindi il nomignolo che gli viene affibbiato è Saddam).

Aram racconta la sua giovinezza, e la sua storia alterna episodi di discriminazione a ricordi che sono anche nostri, di noi adolescenti degli anni ’90 e bambini “cresciuti a tegolino quello quadrato di prima dell’83”, a segnalare la sua italianità.

Il razzismo che Aram racconta è sempre diverso, ma sempre doloroso: la visione dello straniero cambia con il clima culturale ma resta sempre disgustosa. Aram si vede come ai margini, ma in realtà è nel centro, quantomeno della storia, perché non si arrende e a passar per fessi sono gli ignoranti che lo trattano da straniero, per cui “l’Arabia Saudita è tutto il territorio che va dalla Jugoslavia in giù”.

La sua storia di ricerca di un’identità ci rende tutti uguali e ci coinvolge, che siamo italiani da generazioni o solo da alcune. Tutti noi vogliamo sapere chi siamo e trovare la nostra strada, anche il figlio dell’avvocato. Solo che per qualcuno la ricerca è più complicata, e parlo non solo del figlio dell’iraniano (l’arabo), ma anche della donna siciliana, perché, come Aram ricorda sul finale, ci sono tanti diversi tipi di discriminazioni.
Aram interpreta tutti i personaggi che porta sul palco: da sua madre a Michela (“ciao ciao belle tettine”) alla siciliana Carmen, ai bauscia Ludovico e a Davide, sino al suo stesso padre, passando da un tic all’altro, da un accento a un altro in modo quasi isterico.
Lo spettacolo, rabbioso e ironico, fa infatti sorridere molto spesso, anche per la forte caratterizzazione dei personaggi. Fa meditare, ma con leggerezza, e ci porta alla memoria il nostro passato recente, le serate in discoteca, le gite scolastiche, la prima canna, le manifestazioni, il periodo in università senza laurearsi.
Filo conduttore è il bianco, colore che ossessiona il protagonista e che ha più di una valenza simbolica.
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